Un funambolo

24 dicembre , 2008 by

c’era un giocoliere. Anzi, un funambolo, per la precisione.
Ma non era come tutti gli altri ( nè funamboli, nè giocolieri, intendo).
Aveva paura.
Ne aveva sempre avuta.
Quando si ritrovava lì, sospeso, nel vuoto. La gente, sotto, lo acclamava; diceva ” Com’ è bravo.”
Nessuno pensava sarebbe mai caduto. Nessuno immaginava quanto il cuore gli battesse forte.
Eppure era così: si concentrava, pensava all’ ultima pagina del libro letto, ma il trucco gli colava sotto la paura. Eppure, eppure, niente traspariva al pubblico, laggiù. Lui, un giocoliere, un funambolo da circo, che aveva paura, paura di volare. Forse, si diceva, se avesse imparato a volare, ecco, allora questa paura sarebbe svanita.
Era così diverso lui pieno di emozione, di brivido. Nessun altro, in quel circo, trapelava emozioni, nessuno sembrava si chiedesse mai quale fosse il proprio ruolo sotto quel tendone a strisce rosse e bianche.
A volte, pensava, era quello il motivo per cui amava di più quel suo strano, pauroso lavoro.
Non il cielo sopra e sotto di lui, no.
Comunque, non avrebbe importato a nessuno, domani.

Era solo un giocoliere, un funambolo, per la precisione.
disegno by giuliaesse
[disegno di giuliaesse]

How Perfect is the Human? (5 variazioni sul cortometraggio “The Perfect Human” di Jorgen Leth)

5 dicembre , 2008 by



Tema
Un uomo e una donna in un ambiente bianco osservati da un narratore. La camera si focalizza sui loro corpi evidenziando alcune parte specifiche. Successivamente svolgono alcune azioni: vestirsi, svestirsi, saltare, ballare, mangiare ecc. Solo lui parla: una prima volta quando si interroga sul senso di un strano sogno; la seconda quando pensa ad alta voce mentre mangia, lamentando la partenza di qualcuno e i capricci della fortuna.

Var. I (Umano addomesticato)
Una coppia di umani in una specie di zoo/circo, in cui vengono osservati da altri umani. Sembra bizzarro? No, vediamo questa scena ovunque. Prima negli zoo in cui i “primitivi” portati dalle colonie erano esibiti, oggi in tutti i reality in TV. Inoltre le scienze (umane) non hanno l’umano come soggetto e al tempo stesso oggetto di studio? Ci piace guardare/essere guardati.
Con lo sguardo pensiamo di poter addomesticarci? Perché applaudiamo alla tigre che salta secondo i comandi del domatore? Forse ci piace vederla controllata, civilizzata, trasformata in qualcosa di docile. E i nostri bambini? Gli facciamo seguire norme, diventare altri da sé. Creiamo un modello ideale di essere umano se non perfetto, almeno accettabile, che deve essere seguito.
Ma dopo che abbiamo chiuso l’umano in un sé, l’abbiamo obbligato ad obbedire, ad essere guardato, lui non riesce neanche a riconoscersi. L’indifferenza dell’umano verso le fiamme del suo sogno sono come gli occhi della tigre che è stata strappata dalla natura: cenere della vita.

Var. II (Umano appassionato)
Un uomo solo trova una donna, si innamora e lei lo lascia senza spiegazioni. Lui cerca di ricordare la sua pelle, il suo corpo. Vuole dare un senso alle emozioni e al suo destino analizzando i loro stessi gesti. La voce del narratore esprime le domande dell’uomo in terza persona. Poi ci racconta il suo sogno che sembra un’isola di gioia dionisiaca in un quotidiano ascetico: le fiamme nella sua mano sono la passione, che cerca di capire, invece di sentire.
Anche lei è da sola. Sentiamo la distanza che la separa dal suo amante. Si trucca, sistema i capelli, si mette e si toglie e vestiti, ma non comunica. È lontana e tace. Forse ha paura di farsi male, per questo preferisce essere neutra, fuggire, invece di parlare. Leggi il seguito di questo post »

Scatto di reni. Una riflessione sulla moralità della scuola e sull’immoralità di questo governo

28 novembre , 2008 by

Scatto di reni. Mi alzo dalla cattedra. Di fronte, la classe attende con gli occhi pesanti.
Un’aula grande come un teatro. Azione. “Leggiamo Dante perché…” la voce prosegue da sola raucamente. Ecco – penso – se in questo momento entrasse Maria Stella e vedesse lo spettacolo che sto guardando io, di sicuro cadrebbe a terra svenuta, come S. Paolo sulla via di Damasco.
Quel solido tailleur giurisprudenziale prenderebbe a bruciarle in preda al fuoco sacro e noi assisteremmo al fatale spezzarsi della montatura colorata dei suoi occhiali!
Intendiamoci, non che ci sia qualcosa nella nostra classe di diverso dalle altre, ma questa mattina, chissà perché, la vedo splendente della sua verità. Poco meno di trenta ragazzi delle più svariate età e nazionalità: dai 16 anni (come sarebbe previsto) ai 32 (più di me..). Un bel gruppo che all’ingrosso potremmo dividere così: una maggioranza ristretta di bolognesi (tra i quali si possono riconoscere le facce delle migrazioni degli anni settanta), un bel gruppo di campagnoli, e poi le facce nuove e brillanti degli stranieri. Stranieri tra i quali si notano: il sodalizio delle ragazze dell’est Europa, ben distino dalla Russa, e poi il nostro timido iraniano.
Solo una metà circa è stata promossa dalla seconda regolarmente in terza, l’altra metà Leggi il seguito di questo post »

La scuola e Ivan Illich

21 novembre , 2008 by

In questi giorni di grande protesta da più parti si alzano voci, critiche e prese di posizione contro un sistema politico che sembra avere un piano organico di attacco e smantellamento a un sistema del welfare che ha, negli ultimi trent’anni, permesso una struttura di garanzie e di mobilità sociale che prima risultava impensabile. A capo di questo movimento si è scelto di prediligere la difesa del sistema scolastico, come emblema di un sistema di valori e diritti che si ritengono inattaccabili. Il diritto all’educazione, il diritto a una mobilità sociale che permetta di uscire da una situazione di svantaggio economico, e più in generale il diritto ad avere un futuro.

Queste sono le questioni generalissime e i toni in cui mi pare che il movimento si riconosca, nel momento in cui pretende di non essere connotato in maniera politica.

Ma la scuola può davvero garantire tutto ciò se adeguatamente finanziata e difesa?

Da parte dello schieramento di governo uno dei capisaldi di accusa contro quest’ondata di protesta è Leggi il seguito di questo post »

Il sapere e la pratica

29 ottobre , 2008 by

c’è un toro, che va preso per due corna: da una parte c’è la specializzazione settoriale. la specializzazione è, come altre cose, un fatto di potere e conoscenza: quando in un campo si ampliano le pratiche la cui finalità e la cui tecnica è definita dal riferimento superiore ad una “disciplina”, inevitabilmente in quell’ambito di pratica ha luogo una conoscenza più approfondita: il fatto che esistano degli specialisti si fonda sulla circostanza che l’approfondimento della conoscenza di un oggetto è così progredito che esso ha trovato delle sue proprie categorie che lo specialista fa interagire tra loro, delle quali conosce i punti problematici e attraverso le quali ritiene di poter intervenire sulla realtà con una buona dose di possibilità di successo. ma le pratiche si ampliano non solo per un approfondimento “verticale”, per una osservazione che sempre più si insinua nelle strutture più profonde del problema. questo mi sembra un concetto parecchio foucaultiano: l’approfondimento della conoscenza- pratica su un oggetto è anche consentito dall’ampliamento orizzontale delle circostanze concrete che vengono a ricadere entro l’ambito della disciplina in questione. i due movimenti sono inscindibilmente legati; punto focale per scorgere il legame è il modello di legittimazione della pratica specifica che produce gli specialisti: cioè la sua forma specifica di verità che si costruisce attorno alla pratica. se la pratica si amplia finendo ad includere nel suo operato situazioni e oggetti sempre nuovi, lo specifico sapere collegato a quella pratica si amplia ( in un contesto di legittimazione scientifica; se fossimo, per esempio, in un modello “classico” – naturalismo rinascimentale – avremmo un approfondimento di una conoscenza analogica: un ampliamento dei riferimenti rappresentativi per una allegoria, le cui caratteristiche strutturali, per quanto in profondità indagate, non modificano il modello di riferimento). la specializzazione settoriale, quindi, procede con l’ampliamento della legittimità che ad un sapere scientifico viene riconosciuta nella società; dipende dal fatto che tale legittimità consenta l’adozione di specifiche pratiche su un novero crescente di oggetti; si accompagna con l’emergere di una classe di specialisti che applicano tale sapere con delle finalità specifiche (che vengono, quasi sempre puntualmente conseguite: poichè per molti versi un sapere scientifico non ha nulla di dissimile da tutti gli altri sistemi mitico-rituali, con i suoi sacerdoti e le sue trascendenze; e alla legittimità scientifica si accompagna di solito una capacità acquisita dai rituali di agire produttivamente sulla realtà)

ma un toro ha due corna. da una parte c’è la specializzazione, la settorializzazione sempre crescente dei saperi; dall’altro c’è la Leggi il seguito di questo post »

Te lo do io (anzi noi) il Festival di Internazionale/2. Come sta la tua paura oggi?

15 ottobre , 2008 by

Terrorismo e paura. Ci siamo quasi stancati di sentirne parlare, eppure sembra proprio che non possiamo farne a meno. Di sicuro non ne può fare a meno il mondo dell’informazione, il quale è centrale nella definizione di ciò che è più o meno rilevante nella miriade di eventi che si susseguono nella società globale. Il giornalismo se ne deve fare carico perché attore primo del processo di selezione dell’informazione per la maggior parte delle persone. So quello che il (tele)giornale mi dice. Esso può quindi innescare o meno la mia paura. Può dare più o meno spazio alla politica della paura. Leggi il seguito di questo post »

Te lo do io (anzi noi) il Festival di Internazionale. Allegretto andante

8 ottobre , 2008 by

Ferrara 3-4-5 Ottobre Festival di Internazionale, un giornale!

Devo dire che il mio giro al Festival ha preso la piega dell’impegno sui temi direi leggeri, al contrario del Festival socialmente appassionato di Rafael. Confesso fin da subito che abbiamo perduto sia l’intervista a Noam Chomsky, sia, attenzione, la proiezione del film La terra degli uomini rossi di Marco Bechis, lo so, imperdonabile!

In ogni caso, le nostre testoline, involontariamente hanno prodotto la geniale idea di dividersi i compiti, quindi quello che abbiamo da raccontavi, se avete voglia di leggerlo è tanto, dalle conferenze sul terrorismo e paura, a l’impatto del turismo sul pianeta, o last but not least la bellissima conferenza di chiusura Cronache dal pianeta rom, moderata da Gad Lerner. Vogliamo quindi inaugurare, una nuova Odissea su un viaggio durato un fine settimana… Leggi il seguito di questo post »

Rimini

25 settembre , 2008 by

Ora Teresa è all’Harry’s Bar
guarda verso il mare
per lei figlia di droghieri
penso sia normale.
Porta una lametta al collo
è vecchia di cent’anni
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni.
“E un errore ho commesso- dice-
un errore di saggezza
abortire il figlio del bagnino
e poi guardarlo con dolcezza
ma voi che siete a Rimini
tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse
sulla figlia del droghiere.

[Fabrizio de AndréRimini (1978)]

I carabinieri della zona hanno pochi dubbi: si tratta di slavi o albanesi. Parlavano italiano ma erano chiaramente stranieri. I coniugi Signoroni sono anche riusciti a fornire l’identikit dei due rapinatori. Un uomo era alto un metro e 75, aveva capelli lunghi, neri e ricci ed occhi scuri. Magari fanno parte di quel popolo di sbandati accampatisi nei cascinali che si arrangiano con i lavori precari e mandano i figli a chiedere l’elemosina [Alessandro Dal Lago, Non – persone L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 1999]

Esiste un problema sociale grave, quello degli ‘immigrati’, una piaga, una minaccia, narrano preoccupati ed inquieti articoli dei maggiori quotidiani nazionali. Ragazzi minorenni costretti di notte a prostituirsi. Lavoro nero ed illegalità striscianti.

Ogni zingaro o nomade, ogni bambino all’angolo dei semafori, ogni accampamento o installazione precaria di vita diviene immediatamente bivacco, invasione del centro, sporcizia. Bivaccano seduti per terra, suonando piccoli flauti, e chiedendo- con poca fortuna- l’elemosina ai passanti. Li accomuna l’abbigliamento trasandato e la sporcizia.

E’ normale, no?
Non ti conosco, quindi mi fai paura.
Ma paura di che cosa? Qual’ è la ‘minaccia’?

(Riferito ad un gruppo di albanesi): Mi hanno detto che stanno sempre seduti allo stesso bar tutto il giorno. Stanno lì, non lavorano, non fanno niente. Ce ne sono un paio che lavorano, che innaffiavano i giardini, ma gli altri stanno al bar, bevono, bisticciano…..Comunque, quei reati che abbiamo avuto con gli albanesi sono reati già più gravi. Ecco, gli albanesi sono più violenti, più pericolosi……usano subito le armi………un po’ legati alla loro cultura, all’uso di bevande alcoliche.

Lo scandalo è quello di ‘occupare’ con la semplice presenza fisica luoghi destinati al passaggio, al transito, di intrattenersi al bar nelle ore lavorative, di suonare nelle strade.
Gli albanesi non sono attivi né produttivi, come del resto gran parte dei migranti.
Ci confondono e ci sorprendono nel loro vivere spazi per noi inconsueti, trascurati, ignorati o ‘sacri’: un angolo di strada, un parcheggio a pagamento, il bar della stazione ferroviaria o gli scalini di una chiesa.
E la ‘deviazione’ dal nostro quotidiano, la percezione della presenza estranea e desituante si accompagna immancabilmente al pensiero della violenza potenziale, si associa alle immagini di illegalità: bevande alcoliche+bisticci+nullafacenza = pericolosità e violenza, armi, criminalità. Sembra proprio un’operazione matematica. Un’ equazione che scatta nella mente del cittadino ‘medio’ ogni qualvolta si relaziona o semplicemente interseca uno spazio-tempo ‘spiazzato’ rispetto al quotidiano. Perché vissuto (‘occupato’) da presenze vive.
Spazi – tempi destinati alla transitorietà, all’oblio, all’indifferenza.
Spazi marginali, trascurabili , ma immediatamente inquietanti, se animati.
Come una spiaggia di notte. Leggi il seguito di questo post »

Dignità e in-differenza. Sull’Art.3 della Costituzione

17 settembre , 2008 by

Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Tra queste parole dense e ferme ce n’è una non detta, sciolta nei suoi concreti significati. La parola differenza. Di sesso, opinione, lingua… Dopo di essa, uno spazio, bianco, tra le due frasi. Non a caso. Perché quella pausa esprime assieme la distinzione e il rapporto tra forma ideale (dignità, eguaglianza) e pratica sostanziale (sviluppo, partecipazione). Cosa permette allora il legame tra ideale e pratica?

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Cos’è?

3 settembre , 2008 by

“Festival dell’Uomo” è il nome di un progetto, di un’idea diventata progetto.
L’idea è quella di organizzare una serie di incontri per discutere intorno all’ “uomo” e ai suoi spazi.
Il blog che state leggendo è una conseguenza pratica di questo intento. La necessità che lo istituisce è qulla di rendere il questi incontri il più aperti e condivisi possibile.
Lontani per indole dalle logiche istituzionali universitarie, vediamo nel blog un fondamentale luogo di espressione e di confronto sui temi proposti, e soprattutto speriamo che nel tempo le frequentazioni si traducano in una condivisione semantica da valorizzare e che valorizzerà, i vari incontri.

Perchè?
Anzitutto il motivo del titolo.
“Festival dell’Uomo” perchè l’uomo è banalmente il centro di interesse delle scienze umane, ed al contempo, molto meno banalmente, è il fulcro di una evidente incapacità di definizione. All’ uomo come a dio ci si può arrivare solo per approssimazioni che, per loro natura, rimangono tali in quanto passano non tanto per definizioni progressive, ma per una considerazione intorno alla pratica umana. Da qui pensiamo si debba ripartire.
Il problema che emerge da questa riflessione coinvolge inevitabilmente l’università, un’università che valorizza il sapere solo in quanto finalizzato alla “pratica lavorativa” tralasciando e non fornendo più gli strumenti per articolare una metariflessione su ciò che offre e sulla sua stessa ragion d’essere. L’assenza di un progetto intrinseco e autonomo (di una mission, come si dice) è ciò che sentiamo come uno dei principali problemi dell’istituzione universitaria.
Spinti dalla necessità di un canale espressivo che valorizzi il sapere, non fine a se stesso e senza legame con il sociale, ma condiviso e alimentato dallo scambio, dalla critica e dall’approfondimento, noi triennalisti, specializzandi, dottorandi (borsisti e non), precari a tempo indeterminato, ricercatori, docenti, studiosi e appassionati di scienza umane scriviamo…