Dignità e in-differenza. Sull’Art.3 della Costituzione

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Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Tra queste parole dense e ferme ce n’è una non detta, sciolta nei suoi concreti significati. La parola differenza. Di sesso, opinione, lingua… Dopo di essa, uno spazio, bianco, tra le due frasi. Non a caso. Perché quella pausa esprime assieme la distinzione e il rapporto tra forma ideale (dignità, eguaglianza) e pratica sostanziale (sviluppo, partecipazione). Cosa permette allora il legame tra ideale e pratica?

Forse proprio quella differenza che ‘solca’ lo spazio bianco tra le due frasi dell’articolo, come un canale sottile e profondo. Pensiamo all’eguaglianza: non è anche la possibilità comune di potersi esprimere ed agire nella propria differenza? Vale a dire che ciascuno, mantenendo la propria lingua, religione…, può aderire al senso pieno di una cittadinanza attiva: opportunità per tutti di accedere alla partecipazione e realizzarla concretamente. Si può allora pensare all’azione dello stato (e della democrazia in generale), nel suo ruolo di rimuovere gli ostacoli, proprio come un’attenzione ad impedire che la cittadinanza attiva venga direttamente o indirettamente limitata. Perché ogni differenza non è una semplice caratteristica di una o più persone, ma è ciò grazie a cui l’azione di ognuno diventa comunicabile e riconoscibile. Solo se penso e posso agire la mia differenza non come una condizione, ma come una risorsa condivisibile, presente cioè fisicamente, assieme alle altre, con la propria voce ed i propri progetti, negli spazi della città, posso dirmi eguale e libero cittadino. E preservare così la mia dignità, quella capacità, come la definisce Bruno Bettelheim, di compiere degli atti di propria iniziativa, esercitando un’influenza percepibile dagli altri sul proprio ambiente. Questo, scrive Tzvetan Todorov, è anche uno dei significati concreti della libertà: ogni differenza ha la stessa dignità delle altre, ovvero deve avere la medesima possibilità di esprimersi ed incidere nel contesto in cui vive. Da questo punto di vista, allora, leggere oggi l’Art.3 è come un brivido della coscienza. Perché siamo di fronte ad una seria asfissia della partecipazione. In conseguenza di una limitata eguaglianza come in – differenza alla dignità, tradotta in un’anestetica sparizione dalla città di racconti, simboli e idee irriducibili al pensiero unico politico – mediatico – economico. In – differenza diffusa, sino all’

insensibilità di massa, che lascia incendiare baraccopoli (e lascia schedare minoranze) senza fiatare, per condivisione, o sopportazione, o pigrizia. [Marco Revelli, Il filo spezzato, pubblicato in Il Manifesto, 31 luglio 2008].

Quale partecipazione, quale eguaglianza e dignità se ogni voce altra (qualsiasi essa sia, di operaio, giornalista o ambulante) viene non solo generalmente marginalizzata, ma sempre più sistematicamente precarizzata, normalizzata e rimossa (tre momenti di un’unica logica)? Se si può licenziare per una carenza di ‘spirito di gruppo aziendale’, se è possibile diventare ‘clandestini’ perché non si raggiunge una determinata soglia di reddito? La stessa differenza come condizione o opinione, il nostro essere privato e morale, diventano criteri di accesso/esclusione alla cittadinanza ed al lavoro. Diventano concretizzazioni di quegli ostacoli che limitano la dignità personale e la partecipazione. Cioè la nostra differenza condivisibile. Differenza contro differenza, allora. Come dire: noi stessi contro noi stessi. Ma in un silenzio incosciente e complice, che rende cieca questa identità. Perché tanto capita a qualcun altro, mica a noi. E allora, ecco una comoda e indifferente approvazione che sa di rimozione. Un semplice assenso, dato distrattamente. Con una punta di superficiale gratitudine, come quando ti dicono che ti hanno appena tolto un piccolo ragno che ti camminava sulla schiena. In fondo, un piccolo fastidio evitato.

[C.R. R.G.]

(articolo di prossima pubblicazione nel numero 0 di InTraby, foglio di informazione indipendente – Senigallia – AN)

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4 Risposte to “Dignità e in-differenza. Sull’Art.3 della Costituzione”

  1. rafaeldalrusciolo Says:

    Nè parlavo l’altro giorno con un amico di origini magrebine. Una frase banale, alla quale lui ha annuito, senza rancore, ma con quell’espressione di chi conosce la rilevanza pratica delle ingiustizie.
    Io europeo, bianco, borghese, eterosessuale, normodotato etc. le ingiustizie le conosco solo in forma di dato, fatto, riflessione, analisi…e confrontando queste con un certo grado di giustizia che in fondo io vivo, o che almeno mi lascia vivere. Confrontando la vita con la norma, e la norma con la morale, lì si trovano i segni dell’umana giustizia.
    “In fodo Ibrahim, è ora di dirlo: non è vero che la legge è uguale per tutti!” Ha annuito. Lo sa.
    La differenza non è una ricchezza. Questa la realtà materiale. Da tempo conosciamo la varietà e la bellezza delle culture popolari, sappiamo quanto un popolo di perseguitati come gli ebrei abbiamo dato alla cultura occidentale, sentiamo nostro un bagaglio culturale che dice “mai più nazifascismo”, guardiamo con simpatia all’idea del meltin’pot, la sociologia economica ci racconta come le capacità imprenditoriali degli stranieri siano superiori, e qualcuno, me compreso, ama le culture cosiddette inbetween,i meticciati etc. , ma la realtà è che per quanto possiamo parlarne e vederne le potenzialità, resta costante una reale discriminazione.
    L’incluso viene globalmente trattato dal sociale meglio dell’escluso. Il ricco meglio del povero, l’eterosessuale meglio dell’omosessuale, il bianco meglio del nero, l’uomo meglio della donna etc. E’ ovvio. E’ talmente ovvio che ce se ne dimentica, ed è così che compare quello spazio bianco tra il primo e il secondo comma dell’art.3, è così che quel vuoto si allarga e l’indifferenza, quel bianco che tutto copre, prende il sopravvento.
    Io sto con i marginali, non per la bellezza delle loro culture, ma per la quotidiana e materiale discriminazione che vivono.
    Io sto con le differenze non per la loro ricchezza, ma per la loro miseria.

  2. pedrospreafico Says:

    “Io sto con i marginali, non per la bellezza delle loro culture, ma per la quotidiana e materiale discriminazione che vivono.
    Io sto con le differenze non per la loro ricchezza, ma per la loro miseria.”

    molto buono il commento.
    direi solo due cose.

    la prima:
    ricorda che sovvertire l’ordine è un processo importante per i “differenti”. Il nero/donna/omosessuale/immigrato davvero è preda della logica di chi ha il potere e crea il senso di dominazione. Anche le donne possono essere maschiliste, i gay avere omofobia etc…
    Quindi ricostruire il senso, e verdersi in chiave positiva è un processo importante. E qui l’orgoglio conta (basta pensare al Black Power…estetica-politica)

    seconda:
    allo stesso tempo mi piace molto questa idea di stare accanto all’altro non per la sua esoticità.
    Così l’alterità non è qualcosa da essere consumata (penso al testo di Gabrielle “Brand e trascendenza”). L’altro così non è un mezzo per niente…

  3. tablada Says:

    c’era una contraddizione implicita e voluta nel nostro scrivere l’articolo. naturalmente routava attorno alla parola differenza. e sono contento che si sia scavato proprio da lì nelle prime riflessioni. dentro quello spazio bianco.
    in fondo la differenza la rivendicano tanto i leghisti quanto i movimenti gay.
    e wieviorka parla del razzismo odierno definendolo ‘culturale – differenzialista’.
    la realtà è che la differenza di un maghrebino vale al massimo, in quanto a legittimità e dignità, quella di una camicia verde.
    differenza l’una, differenza l’altra, no? ognuna della due ha ‘diritto’ (sempre nella migliore delle ipotesi) alla propria esistenza. siamo, facendo i dovuti (????) distinguo, al paradosso della giustizia o meno dell’eleggibilità di un dittatore: se si presenta alle elezioni un leader che afferma di instaurare una dittatura una volta eletto, dobbiamo dare a lui e ai suoi lo tesso diritto di candidarsi e concorrere?
    quanto di questa paradossalità è legata a quell’accezione (e costruzione simbolica) ormai dominante di differenza, come l’ha efficacemente definita Pedro, pret a porter? identità brandizzate…..
    hai ragione, Rafael, e abbraccio pienamente le tue parole. tenere sempre gli occhi fermi sulle discriminazioni quotidiane, anche quelle più apparentemente insignificanti.
    lavorando anche su quelle stesse parole che usi, perché l’impressione è che ce l’abbiano scippate, dopate, anestetizzate, quello che è….e credo che questo ed altri spazi, il nostro riflettere e condividere possa essere anche un piccolo potenziale contributo ad andare controcorrente rispetto a a questo stomachevole e pericoloso ‘mainstream’ da regime.

  4. Gggiugggiola Says:

    mi è piaciuto molto qll k hai detto! ciao

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