Rimini

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Ora Teresa è all’Harry’s Bar
guarda verso il mare
per lei figlia di droghieri
penso sia normale.
Porta una lametta al collo
è vecchia di cent’anni
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni.
“E un errore ho commesso- dice-
un errore di saggezza
abortire il figlio del bagnino
e poi guardarlo con dolcezza
ma voi che siete a Rimini
tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse
sulla figlia del droghiere.

[Fabrizio de AndréRimini (1978)]

I carabinieri della zona hanno pochi dubbi: si tratta di slavi o albanesi. Parlavano italiano ma erano chiaramente stranieri. I coniugi Signoroni sono anche riusciti a fornire l’identikit dei due rapinatori. Un uomo era alto un metro e 75, aveva capelli lunghi, neri e ricci ed occhi scuri. Magari fanno parte di quel popolo di sbandati accampatisi nei cascinali che si arrangiano con i lavori precari e mandano i figli a chiedere l’elemosina [Alessandro Dal Lago, Non – persone L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 1999]

Esiste un problema sociale grave, quello degli ‘immigrati’, una piaga, una minaccia, narrano preoccupati ed inquieti articoli dei maggiori quotidiani nazionali. Ragazzi minorenni costretti di notte a prostituirsi. Lavoro nero ed illegalità striscianti.

Ogni zingaro o nomade, ogni bambino all’angolo dei semafori, ogni accampamento o installazione precaria di vita diviene immediatamente bivacco, invasione del centro, sporcizia. Bivaccano seduti per terra, suonando piccoli flauti, e chiedendo- con poca fortuna- l’elemosina ai passanti. Li accomuna l’abbigliamento trasandato e la sporcizia.

E’ normale, no?
Non ti conosco, quindi mi fai paura.
Ma paura di che cosa? Qual’ è la ‘minaccia’?

(Riferito ad un gruppo di albanesi): Mi hanno detto che stanno sempre seduti allo stesso bar tutto il giorno. Stanno lì, non lavorano, non fanno niente. Ce ne sono un paio che lavorano, che innaffiavano i giardini, ma gli altri stanno al bar, bevono, bisticciano…..Comunque, quei reati che abbiamo avuto con gli albanesi sono reati già più gravi. Ecco, gli albanesi sono più violenti, più pericolosi……usano subito le armi………un po’ legati alla loro cultura, all’uso di bevande alcoliche.

Lo scandalo è quello di ‘occupare’ con la semplice presenza fisica luoghi destinati al passaggio, al transito, di intrattenersi al bar nelle ore lavorative, di suonare nelle strade.
Gli albanesi non sono attivi né produttivi, come del resto gran parte dei migranti.
Ci confondono e ci sorprendono nel loro vivere spazi per noi inconsueti, trascurati, ignorati o ‘sacri’: un angolo di strada, un parcheggio a pagamento, il bar della stazione ferroviaria o gli scalini di una chiesa.
E la ‘deviazione’ dal nostro quotidiano, la percezione della presenza estranea e desituante si accompagna immancabilmente al pensiero della violenza potenziale, si associa alle immagini di illegalità: bevande alcoliche+bisticci+nullafacenza = pericolosità e violenza, armi, criminalità. Sembra proprio un’operazione matematica. Un’ equazione che scatta nella mente del cittadino ‘medio’ ogni qualvolta si relaziona o semplicemente interseca uno spazio-tempo ‘spiazzato’ rispetto al quotidiano. Perché vissuto (‘occupato’) da presenze vive.
Spazi – tempi destinati alla transitorietà, all’oblio, all’indifferenza.
Spazi marginali, trascurabili , ma immediatamente inquietanti, se animati.
Come una spiaggia di notte.

C’è puzza di vino e di urina tra gli ombrelloni chiusi ed i lettini ammassati dei bagni di Miramare. Cammino sulla spiaggia ed ho paura. Eppure dovrebbero esserci le ronde, la polizia. E’ la sensazione di chi si accorge di essere una preda. Dai mucchi di stracci un giovane si alza barcollando , deve essere magrebino, è ubriaco, si avvicina. “B-bella”, dice in un rantolo di italiano, “v-vieni”, ed inizia a seguirmi. E’ veloce, potrebbe trascinarmi giù tra i lettini. Cerco di camminare nel cono di luce. So che possono saltare fuori dalla spiaggia sul lungomare animato come se fosse mezzogiorno. Scavalco il muretto. Sono uscita dal suo campo di caccia. La paura, mentre la notte si fa più fonda e si avvicina all’alba, si ingrandisce, come quella mucillaggine lattiginosa che da qualche tempo è riapparsa. Se continuerà il gran caldo, il terribile manto melmoso è destinato a crescere. Là dove gli extracomunitari si sono fatti il letto di sabbia pochi sono andati a dormire. Eccoli lì, stranamente affratellati, albanesi e neri, ubriachi fradici, che domani mattina cercheranno di fare sparire le loro tracce.

Corpi, esseri umani con una propria biografia e cultura diventano esseri mostruosi, promiscui poiché “mescolati” (albanesi – ovvero bianchi – e neri, commistione impura!!!). Indistinguibili, striscianti e viscosi come la melma, quasi presenze inorganiche. Siedono e dormono sulla sabbia, sottolinea la giornalista, lasciando intendere che nemmeno aprono ed utilizzano i lettini, e dormono come esseri ferini, all’addiaccio. Infine la presenza minacciosa dei ‘mostri’ è imprevedibile e pervasiva come la mucillaggine, che si muove e si ingrandisce assieme alla paura. Minaccia e paura. E si ha l’impressione che sia proprio l’immagine di quello ‘strano affratellamento’, della mera presenza tra gli ombrelloni chiusi ed i lettini piegati a far crescere (se non a creare) il senso di timore, a far montare la tensione della donna che sfocia in senso di minaccia (l’essere seguita) e nella fuga oltre il muretto.

Siamo in piena stagione estiva in riviera.
Agosto ’97.
Qui nasce ed esplode, dopo il 1990, la seconda ‘emergenza albanesi’, l’ ‘invasione degli immigrati’. Dalle ronde dei leghisti lungo le spiagge romagnole fino all’espulsione degli albanesi clandestini ed all’istituzione dei ‘patti d’azione per la sicurezza urbana’ a Milano, Torino, Genova. Qualsiasi migrante, anche grazie a martellanti campagne mediatiche, viene stigmatizzato come un potenziale corpo-reato, un corpo omicida perché bestiale e lurido.
Come ad esempio “l’uomo-lupo” macedone, un pastore che uccide nei pressi di Sulmona due turiste venete.
Corpi fuori posto (zingari e cani, bianchi e neri ), aggressivamente osceni, oppure corpi alieni ed informi (il manto melmoso). Corpi da recidere, evacuare.

Ciò che mi sembra decisivo , in tutta questa costruzione sociale della paura, non è il ciarpame di qualche nostalgico, ma la ricollocazione di ogni possibile simbolo xenofobo nell’opposizione noi/loro. Contro ogni illusione dei moderni pensatori morali, questa ricollocazione avviene oggi sotto l’egida della legalità.

Neutralizzato e privato della sua peculiarità sociale e culturale all’interno delle categorie di extracomunitario – immigrato – clandestino – irregolare, ogni ‘straniero’ scivola immancabilmente verso la condizione di non-persona. Rinchiuso e spersonalizzato entro rigidi schemi simbolico-pratici, il migrante non è mai definito in riferimento a qualche autonoma caratteristica del suo essere, ma a ciò che egli non è in relazione ai nostri riferimenti identitari, alle nostre linee guida valoriali: non è europeo, non è nativo………..
E’ altro opposto al noi.
Data questa premessa, la realizzazione concreta è molto più sottile ed ambigua, di un’ambiguità funzionale all’ordine del discorso del potere:

uno straniero “illegittimo” o “illegale” non esiste socialmente (irregolare – clandestino), oppure esiste, ma tollerato o non visto, in un limbo da cui può essere in ogni momento o fatto sparire.

Come un’altalena, la legislazione italiana degli ultimi dieci anni alterna infatti aperture e chiusure: possibilità o meno di accedere al nostro spazio legittimo, convalida o meno della situazione sociale reale dell’ ‘immigrato’.
I migranti sono allora costretti ad un perenne vagabondaggio dentro i meandri della burocrazia, tra concessioni infinite (quando non impossibili) di permessi di soggiorno e lavori precari. Persone flessibili, in bilico, la cui esistenza giuridica e sociale può essere cancellata da un vizio di forma o da un timbro mal posto. Alternanza di inclusione ed esclusione, che crea una zona esistenziale oscillante, incerta, di difficile identificazione. La stessa zona che in fondo raccontano i media e l’ uomo medio : occupazione di luoghi insoliti, attività improduttive, lavori precari, carenze igieniche. Lo ‘straniero’ è colui che non è collocabile, figura di una dimensione dai tratti alterati rispetto alla norma, alla quotidianità. Una simile narrazione appare però mistificante perché prescinde dalla consapevolezza della condizione di non-persone dei migranti ed è al contrario imbottita di categorie neutralizzanti, semplificanti e marginalizzanti.
Tali categorie, insinuate e spesso proposte con insistenza, amplificate fino al parossismo nei momenti di ‘crisi’ (come appunto l’Agosto ’97), vanno a confermare e ad esasperare la condizione di oscillazione se non di esclusione dei migranti, poiché creano la percezione di questi ultimi come minaccia potenziale o ‘soggetti a rischio’. E quale ‘straniero’, nei momenti di crisi o di emergenza, può essere con certezza definito un soggetto ‘non a rischio’? Il criminale potrebbe essere chiunque, anche il marocchino operatore ecologico dei giardini comunali.
In tal modo si avvalora e si dà ulteriore spinta alla dinamica giuridico – politica dell’altalena: occorre regolamentare, alternare chiusure ed aperture, centellinare i permessi.
Occorre essere sicuri di concedere i diritti a chi se li merita, a chi è pulito, quindi sotto con le pratiche infinite, con i controlli e le distinzioni tra regolari ed irregolari.
C’è bisogno insomma di separare, di distinguere tra “bene” e “male”, tra migranti “buoni” e “cattivi”, accogliere quelli buoni e respingere quelli cattivi, e sta al potere, alla legge, prendere il righello in mano e attuare questa distinzione preventiva, compiuta secondo le nostre categorie di pensiero, le nostre pratiche sociali e culturali. In breve, dalla neutralizzazione informativa e dalla vox populi arriva la conferma della bontà dell’oscillazione politico-giuridica che crea il limes dei migranti.
Chi è il responsabile dello stato di marginalità?
Alla fine tutti e nessuno. Insomma, un gatto che si morde la coda, un cerchio tautologico.
Eppure invisibile, perché la condizione di non-persone e la visibilità della zona-limbo vengono fatte sparire dalla tautologia con ambiguità ed abilità da prestigiatore, tanto da non far neppure sospettare dell’esistenza di qualcosa che è scomparso, tanto da annullare la consapevolezza che si tratti di un discorso tautologico.
Come è possibile il trucco?
Semplice: basta proprio rendere il cerchio una retta, vale a dire rimuovere la coincidenza sostanziale tra momento giuridico – politico ‘iniziale’ e quello ‘finale’, la loro complicità ed unione di intenti che rende possibile il saldarsi della gabbia dell’ordine del discorso del potere.
Ovvero lo spazio definito e rassicurante del NOI differenziato dal LORO, lasciato in un non-luogo oscillatorio.
E ciò è realizzato da una sorta di differenza d’accento: nel momento giuridico – politico ‘iniziale’, la ‘regolamentazione’ dell’alterità mette in risalto la propria natura aperta all’inclusione, la democraticità e la disponibilità al dialogo, anche se attenta e severa, perché comunque occorre ‘distinguere’, dialogare con chi è disponibile, accogliere e premiare chi è meritevole.
Sembra proprio un discorso tra padre e figlio, o una selezione del personale, un colloquio di lavoro. Quello che passa nell’enunciazione e visibilità pubblica di tale discorso è soprattutto il sorriso del padre-colletto bianco, la sua accoglienza ed il tono rassicurante.
La ‘cernita’ e la ‘distinzione’, ovvero la pratica selezionante viene data per scontata, quasi introiettata ed opacizzata, percepita con indifferenza, mai problematizzata.
Perché si giustifica acriticamente grazie all’ormai solido luogo comune secondo cui non è possibile un’apertura incondizionata.
Certo, non può esistere un’ ‘assoluta’ assenza di condizioni, però in tale cernita preventiva il momento fondamentale non dovrebbe essere una riflessione trasparente ed articolata sulla definizione dei criteri? Eppure anche questi ultimi sono fatti scivolare senza interrogativi, accettati passivamente: se un migrante non ha un lavoro è per forza un criminale? Ed anche se sopravvivesse con il lavoro nero, vendendo cd piratati, secondo quale principio sarebbe giustificabile privarlo dei propri diritti sociali e politici? Non di certo secondo i principi dei diritti umani….. E poi: la cittadinanza coincide e si fonda sull’esercizio di una professione?
Infine quali strutture sono predisposte specificamente all’accoglienza dei migranti?
Cos’ha creato in tal senso lo stato Italiano al di là dei CPT?
Domande che tutti conoscono ma incapaci di assumere una statura culturale e mediatica, un rilievo sociale degno della complessità e dell’articolazione del problema che sottendono.
E’ quasi banale: la selezione, il discrimine attuato dal potere giuridico – politico e la neutralizzazione informativa si confermano a vicenda, si rafforzano l’un l’altro e si mescolano alla vox populi, la incitano ed al contempo trovano in essa conferma delle proprie azioni e parole.
Rendendo tutto un balletto normalizzante, anestetizzante: dobbiamo distinguere perché se non lo facessimo saremmo in pericolo, dobbiamo rimanere sicuri, discernere tra stabilità e minaccia…….e quando spesso ci sentiamo minacciati è perché non si è saputo distinguere con chiarezza, non ci sono stati abbastanza controlli, non si sono individuati gli elementi destabilizzanti e pericolosi, quindi occorre di nuovo mettere mano al righello.
Ecco da dove arriva la legittimità morale, lo statuto di legalità: rendere tutto una sequenza logica, un meccanismo automatico, un’equazione lampante: scegliere perché altrimenti c’è pericolo, e c’è pericolo perché si deve scegliere di nuovo, ancora meglio.
Se poi proprio non si riesce ad accogliere, ad integrare, se la minaccia è troppo grave, allora scatta l’allarme rosso, scattano i provvedimenti straordinari, le azioni di polizia, le espulsioni…..
E quest’ultimo momento della repressione appare come ‘estrema conseguenza’, come ‘l’ultima delle risorse’: ‘non si dovrebbe arrivare a tanto, ma siamo stati costretti dalle circostanze’, ‘non si poteva fare altrimenti’.
Anche quest’ultimo tratto dell’equazione, il momento giuridico-politico ‘finale’, vive di un’omissione, proprio perché non è enunciato e percepito come esclusione, perché giustificata dai momenti precedenti della ‘scelta’ e del ‘pericolo’.
E’ un discorso, quello dei ‘maggiori’, del potere, le cui sezioni si reggono l’un l’altra, confermandosi a vicenda, saldate dalla paura che giustifica sempre nuove selezioni-discriminazioni-espulsioni.
Infatti le espulsioni non erano in fondo già inscritte nella logica della scelta e viceversa?
E l’ipotesi e la percezione della minaccia rispetto al ‘diverso’ non potrebbe essere legata proprio a questo continuo dover scegliere, dover per forza distinguere tra legali ed illegali, bravi professionisti e criminali?
La paura non potrebbe nascere proprio dall’essere intrappolati e complici
(INCONSAPEVOLI) del cerchio tautologico del discorso del potere che ci spinge sempre a dover individuare ed identificare un volto, una storia ‘altra’ senza prestare la minima attenzione allo sfondo, al contesto, alla profondità ed alla biografia di ogni cultura, di ogni persona?
La paura non potrebbe proprio nascere da un’ “emergenza” inerente al NOI, paura dell’altro che in realtà non è causata da una reale minaccia esterna quanto da un’ instabilità, da un’oscillazione interna? Instillata da una percezione unidimensionale e neutralizzante dell’alterità, che semplifica e crea la contrapposizione? O sei te stesso o sei ‘loro’ (e quindi ti spersonalizzi)? Semplificazioni e contrapposizioni peraltro necessarie perché SI DEVE generalizzare per scegliere e separare, altrimenti si scivola (SI DICE) nel ‘disordine sociale’? E non potrebbe questa continua ed esasperata necessità dell’aut-aut essere una componente importante della sensazione di minaccia?
In fondo Kierkegaard pensava l’attimo della scelta come attimo dell’angoscia.

E’ come se vivessimo dentro un cerchio che però non dobbiamo né possiamo vedere, e pertanto agissimo lungo una linea. Forse perché senza quella mistificazione della linea il cerchio del NOI non potrebbe chiudersi. Forse se avessimo piena coscienza della ciclicità tautologica del discorso del potere, della complicità e della saldatura necessaria tra scelta, paura e repressione
non potremmo pensarci né viverci come comunità.
Il massimo della demistificazione ad oggi sembra arrivare all’enunciazione di tale paradosso.
Ma non è anch’esso un aut-aut che giustifica il discorso del potere? O uno scacco che paralizza ogni agire? L’impossibilità di svelare la mistificazione nasce dalla ‘minaccia’ di non poter chiudere il cerchio del NOI. Da qui nasce la domanda paradossale: siamo costretti e vivere nella mistificazione? Spesso la risposta è sì, e di qui ne consegue il senso di sfiducia, rassegnazione,rinuncia. Ma ciò non significherebbe continuare ad essere complici inconsapevoli (o peggio, consapevoli) del cerchio tautologico e VIOLENTO del meccanismo e del discorso discriminante e repressivo?

Solo qualche altra domanda, niente di più che un’ipotesi, o una serie di punti di sospensione dopo una frase lunga ed articolata.
In un racconto a flash, che dagli indiani metropolitani arriva ai migranti, ai nuovi sovversivi, ai disobbedienti. E perché no, anche ai precari dell’economia “globalizzata” e flessibile……
Mondi di marginalità certamente differenti, ma pur sempre ‘minoranze’.
Spesso ‘tollerate’, ma eternamente suscettibili di divenire “oscene”.
E qual’ è il momento preciso in cui diventano oscene?
Forse quando prendono la parola?
Probabilmente non è del tutto esatto.
Perché un migrante non è semplicemente un’ alterità con cui relazionarsi attraverso il dialogo.
La sua voce, la sua presenza è anche cifra vivente, testimonianza del ‘gioco’ nascosto dell’ordine del discorso dei ‘maggiori’.
Testimonianze scomode.
Ma anche presenze e voci necessarie.
Già, necessarie. Magari è proprio questo il punto.

Mettiamola così, come una fantasia di chi ragiona troppo essendo stato mesi a studiare la logica hegeliana, di un giullare matto e bagatto che ha parlato per giorni interi con un coniglio bianco.

Va’ a domandarlo ad Alice, penso che lo sappia, /quando la logica e proporzione sono cadute fradice e morte,/ e il bianco cavaliere parla alla rovescia/ e la Regina Rossa è lontana con la sua testa (Jefferson Airplane)

Come una favola per bambini che non vogliono dormire.
Dunque. II margine, lo scarto, il residuo sono necessari alla sempre nuova sopravvivenza e ri-creazione del noi. E diventano osceni quando portano a visibilità tale dinamica che deve restare invisibile. Perché in ultima analisi la visibilità implicherebbe la coscienza della repressione, della discriminazione e dello sfruttamento non semplicemente come momenti funzionali al mantenimento dell’ordine sociale ma come elementi di esso COSTITUTIVI.
Non solo: il cerchio del noi che si deve chiudere a discapito dei limes di ogni angolo di mondo non è purtroppo un semplice concetto. E’ la volontaria e brutale indifferenza, omissione, falsificazione di vite, sofferenze, tradizioni, parole.
E’ lo sfruttamento, la demonizzazione, la persecuzione di una parte.
E’ VIOLENZA.
Evidentemente tutto questo non può essere accettato, specie nell’epoca dei diritti umani, del post – guerre mondiali, del post-colonialismo e della globalizzazione.
Allora occorre un trucco, vale a dire la sottile e sistematica mistificazione di una nuova e sfuggente xenofobia, di un contemporaneo razzismo, non più biologico tout court come quello nazi-fascista, ma post-moderno, culturale e mediatico, capace di assoldare nelle proprie fila Claude Levi Strass.
Un razzismo che, a prima vista, non postula la superiorità di alcuni gruppi o popoli rispetto ad altri, ma ‘solo’ la nocività del cancellarsi delle frontiere, l’incompatibilità dei generi di vita e delle tradizioni . Un razzismo che non opera secondo leggi razziali ma con campagne d’opinione, con piccoli e ripetuti messaggi, con diffusioni di impercettibili inquietudini.
Destabilizzando, precarizzando, ovvero mandando messaggi contraddittori: siamo nell’era globale, ma dobbiamo difendere le nostre identità.
Per tutto questo il paradosso non basta più, per tutto questo la coscienza cinica del ‘pensiero debole’, dell’impossibilità e dello scacco appare astratta, anch’essa complice.
Non ci sarebbe più un noi se il cerchio del noi non si chiudesse grazie al trucco mistificante-xenofobo.
Scacco, appunto, impossibilità.
Allora significa che si deve accettare lo sfruttamento, la persecuzione?
Mali necessari? Danni ed effetti collaterali di un sistema che deve pur sopravvivere?
Siamo certi che debba per forza essere così?
Non sarà forse che a quasi tutti fa comodo rapportarsi all’ “altro” dal sicuro cerchio del NOI?
Il massimo che si è capaci di fare è denunciare il caro vita, rivendicando il nostro diritto a consumare più prodotti? Un lettore dvd per tutti! O gridare nelle piazze “pace, pace!!!”, dire qualche preghiera ed accendere un lumino stile notte di Natale alle finestre, e magari lo accendi perché ti è arrivato un sms-catena di sant’antonio?
Quanti di voi si ricordano le voci degli operai di Melfi, o hanno mai pensato di ascoltare la storia di un precario dell’Esselunga ? Che posto occupano tutte le vite migranti della Puglia, rinchiuse e ricattate in container per rendere i nostri maccheroni al sugo un vanto del made in Italy? Come definire chi non criminalizza l’uccisione a sprangate di un ragazzo che ha rubato una scatola di biscotti? Quale prezzo insomma arriveremo a pagare per continuare a poterci dire NOI?

[Le citazioni in corsivo sono di brani di articoli tratti dai maggiori quotidiani nazionali (Corriere della Sera, La Stampa,ecc.) nel periodo Giugno – Luglio 1997 e commenti di Dal Lago tratto dal medesimo Non – persone.]

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4 Risposte to “Rimini”

  1. pedrospreafico Says:

    interessante…

    Qui c’è molto da scavare…Foucault, Butler, identità, indifferenza, consumismo, nuove dinamiche del capitalismo…

    mi fa pensare a una cosa.
    Il diverso deve restare allo stesso tempo incluso.
    Non può essere del tutto escluso, perchè altrimenti non potrebbe essere “visto”. La subordinazione contemporanea è appunto sottile. Include escludendo…

    Decidere chi è accettabile o non, è appunto un atto politico( anche violento?). Qualcosa che costruisce il senso di chi è l’uomo, o quanto vale l’uomo.

    Quindi dobbiamo pensare questo processo per poter svelare, o almeno perseguire le traccie di cosa sta implicito, il non-detto. E mi sembra che questo testo fa un passo avanti…

  2. tablada Says:

    una traccia.
    immunizzazione (Roberto Esposito): includere un ‘piccolo male’, una porzione di pharmakon tale da rendere il corpo protetto, sano.
    non propriamente curato, ma reso preventivamente in salute.
    attraverso un male differito, evitato.
    si include escludendo E si esclude includendo.
    mediante un piccolo traditore che teniamo in cantina.
    lo teniamo lì perché ci serve: è il male che ingoiamo e ci iniettiamo, per essere sicuri.
    e lo facciamo con scientifica indifferenza, dato che non è più propriamente un nemico, ma un virus da debellare, un insetto da schiacciare.
    il non detto, forse, parte dal fatto che non possiamo ammettere di mettercelo noi, quel nemico in cantina.
    lo troviamo lì, è già lì, chissà come.
    c’è sempre qualche necessità a giustificare la nostra assunzione/liberazione dal male,o meglio, a renderla non nostra.
    c’è sempre un ‘altrimenti chissà cosa può succedere’.
    che il male sia il rimedio(la cura), e questo Sofocle lo sapeva bene, è esattamente quello che non deve essere pronunciato.

  3. pedrospreafico Says:

    mi piace la traccia.
    dovrò leggere Esposito…
    ma dico subito, ho difficoltà in ragionare molto filosoficamente…

    posso fare un’altra provocazione?
    questa cosa del male…
    immunizzazione :: arancia meccanica?
    forse c’è un rapporto qui… non so

  4. Te lo do io (anzi noi) il Festival di Internazionale/2. Come sta la tua paura oggi? « Festival dell’Uomo Says:

    […] è qualcosa che sta emergendo con forza e questo va capito e affrontato (consiglio sul tema il post Rimini di Gabriele). A questo proposito Loretta Napoleoni fa notare come l’intolleranza a cui stiamo […]

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