Te lo do io (anzi noi) il Festival di Internazionale/2. Come sta la tua paura oggi?

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Terrorismo e paura. Ci siamo quasi stancati di sentirne parlare, eppure sembra proprio che non possiamo farne a meno. Di sicuro non ne può fare a meno il mondo dell’informazione, il quale è centrale nella definizione di ciò che è più o meno rilevante nella miriade di eventi che si susseguono nella società globale. Il giornalismo se ne deve fare carico perché attore primo del processo di selezione dell’informazione per la maggior parte delle persone. So quello che il (tele)giornale mi dice. Esso può quindi innescare o meno la mia paura. Può dare più o meno spazio alla politica della paura.

Ferrara, 4 ottobre 2008. Dopo due ore di attesa di fronte al cinema Apollo la fila si muove in maniera straordinariamente civile ed ordinata, per gli standard nostrani, ed io mi appresto a dare inizio al mio festival (quello che Valu definisce socialmente appassionato). Nell’attesa, dal piccolo schermo posto fuori dal cinema per coloro che non sono riusciti ad entrare, ho visto l’ultima parte dell’incontro precedente: Russia. Ritorno in Cecenia. Ho sentito Milana Terloeva (scrittrice e giornalista cecena) parlare dell’autocensura che caratterizza il giornalismo russo e mi sono intristito pensando che, con le dovute proporzioni, il nostro giornalismo è sottoposto alle stesse dinamiche…
“Un giornalista, nel mio paese, sa benissimo cosa può e cosa non può scrivere. Sa che ci sono cose che comunque non verrebbero pubblicate e quindi non le scrive”.
Segue la proiezione di Letter to Anna documentario su Anna Politkovskaja di Eric Bergkraut (Germania/Svizzera 2008, 83’). Il giorno dopo avrei sentito dalle parole di Alexey Malashenko (analista del Centro Carnegie di Mosca) che Anna è stata uccisa perché aveva interpretato il suo ruolo giornalistico in chiave politica, perché aveva scelto da che parte stare. Era Politica, con onestà e determinazione (le parole avrebbero un significato, se solo le usassimo con parsimonia…). Anna stava con i ceceni, e loro con lei. Quando il documentario finisce anche fuori dal cinema la salutiamo con un applauso lungo e composto.

A questo punto, comodamente seduto sulla poltronciona della sala-1, aspetto che Jason Burke (chief reporter dell’Observer di Londra, autore di Al Qaeda. La vera storia) e Loretta Napoleoni (economista italiana, autrice de I numeri del terrore) mi aiutino a ridare un minimo di ordine concettuale a quella massa di informazioni-eventi che dal 9/11 in avanti ci hanno travolto. Titolo dell’incontro è Terrorismo. La politica della paura.
Maurizio Torrealta (giornalista di Rainews24), che modera l’incontro, definisce i due “giornalisti controcorrente”. Forse, più semplicemente, loro sono giornalisti, gli altri no.

La paura. Motore narrativo dall’effetto virale difficilmente arrestabile dopo la sua attivazione. Una psicosi collettiva che permea le varie stratificazioni sociali. Si parte da qui ma subito emergono delle differenze di prospettiva che non vanno sottaciute. E’ Burke che ne parla spiegando una differenza elementare che è importante considerare quando si parla di paura. In occidente l’alto livello di controllo sociale ed i dispositivi di sicurezza interni attivati dalle varie agenzie antiterroristiche riescono effettivamente a contenere il rischio entro livelli accettabili. Nel mondo islamico le cose sono diverse. E’ lì che gli attacchi dei gruppi fondamentalisti sono più frequenti, lì che la violenza e la sofferenza, soprattutto negli ultimi anni, sono largamente diffuse, e tutto questo anche grazie alle politiche occidentali.
Rimane il fatto che anche in occidente siamo tutti spaventati. Abbiamo tanta paura. Perché?

L’uccidente è lo spazio primo, privilegiato, della politica della paura, dell’economia (anche quella “vera”, dove girano i soldi) della paura. E’ la società dell’informazione-consenso, è il mercato degli imprenditori politico-mediatici, che altro non fanno se non il loro infame lavoro.
L’11 settembre, nelle parole della Napoleoni, ha assunto la forma di un “reality show”, un evento la cui copertura mediatica non ha precedenti e che ci ha resi partecipi, nostro malgrado, degli effetti inattesi del risiko che i potenti giocano nel mondo-mondializzato. I media ci hanno fatto percepire quegli eventi come cosa vissuta. Le torri, gli aerei, il fumo, i crolli. Noi c’eravamo, più o meno. Abbiamo avuto paura in diretta, come in diretta ci si emoziona dell’ultimo amore sbocciato nella casa del grande fratello.
Alla paura è poi seguita la menzogna, o meglio le menzogne. Perché è più facile farsi prendere in giro quando si è spaventati.
Senza negare la gravità di quegli eventi, bisogna riconoscere che ovunque ci siamo lasciati andare a reazioni scomposte. Ci siamo forse dimenticati che noi italiani il terrorismo l’abbiamo già visto da vicino e con esso abbiamo convissuto per dei decenni?
Le menzogne dicevo. Tante, troppe in questi anni. Cause ufficiali per guerre. Balle che una buona informazione avrebbe potuto smentire. Loretta Napoleoni e Jason Burke ne ricordano alcune. Sembrano barzellette. Dalle atomiche nelle valigette, alle polveri e i liquidi che in un attimo avrebbero , a detta dell’amministrazione Bush, potuto distruggere mezza america, poi le statistiche delle varie agenzie e dipartimenti americani che non coincidono e, per concludere, una delle mistificazioni più grandi, cioè la rappresentazione mediatica di Al Qaeda, del nemico. Burke lo chiarisce una volta per tutte: essa non esiste, o meglio, non esiste nella forma con cui ci siamo abituati a pensarla, un unico corpo con una linea di comando chiara e un cattivone in una grotta a controllare il suo esercito di kamikaze. Sarà forse più preoccupante, ma è importante comprendere che il terrorismo islamico è un fenomeno vario e multiforme, riconducibile in ultima istanza ad un sentimento antimperialista diffuso.
Il che, comunque, non coincide propriamente con quelle volgari definizioni quali “scontro di civiltà” e affini. Anche di questo ci hanno cercato di convincere, che fosse una “guerra di religione”…

Quindi il moriente, il mondo islamico. Anche lì agiscono gli imprenditori della paura e sono drammaticamente più determinati. Tutto è più immediato, morte compresa. Burke racconta le sensazioni che ha tratto da due esecuzioni di cui è stato testimone nella sua esperienza di reporter in aree di conflitto. “Coloro che guardavano esprimevano un forte senso di solidarietà” e la vita di queste comunità è fortemente legata a questa esperienza collettiva della morte. Fuori dalla comunità c’è la morte.
Violence and audience. Canetti avrebbe molto da dire. Lo stesso significato originario della parola “martire”, tanto in arabo quanto in greco, è quello di testimone. Un testimone che di morire nel silenzio proprio non ne vuole saperne.
E’ in questa prospettiva che dobbiamo guardare ciò che sta vivendo l’Afghanistan. Questo paese ha attraversato negli ultimi anni diverse fasi e, se durante l’inizio del conflitto c’era nella popolazione una volontà di collaborare con le forze d’occupazione, dal 2005 a oggi, dopo anni di conflitto, il sogno democratico (?!?) si è spento e la guerra è tornata prepotentemente nella testa della gente, oltre che nelle strade. Forze d’occupazione vs. combattenti per la liberazione. Burke descrive una situazione terribile e dice chiaramente una cosa che tanti di noi hanno pensato. L’occidente deve ora cercare un compromesso, accettare la creazione di qualcosa che non ci piace. Nelle parole del giornalista britannico il massimo a cui i può aspirare ora è “qualcosa tipo l’Arabia Saudita, ma, dopotutto, meglio l’Arabia Saudita che la Somalia”…
Questo cambiamento di attitudine della popolazione nel mondo islamico è rilevabile anche in Pakistan dove, se alla fine degli anni ‘90 l’identità coloniale era ancora un tratto caratteristico di questo paese, oggi questa ha lasciato il posto ad un’identità islamica di stampo nazionalistico. Riesce a farci sorridere Burke quando spiega come una realtà complessa come quella pakistana sia brutalmente semplificata nei media occidentali in un mix di islamismo radicale, armi nucleari ed esercito; spesso tutti assieme in un unico calderone! Sorriso amaro.

Stavo per dimenticare il cattivone. Osama Bin Laden.
Ne parlano sia la Napoleoni che Burke.
Lui, da bravo imprenditore, fa il suo lavoro. Usa la paura, ed ha anche usato quell’imbecille di Bush. E’ riuscito ad ottenere ciò a cui le BR hanno sempre aspirato. Lo status di nemico (vi ricordate la dichiarazione “mi dichiaro prigioniero politico”?), a cui è arrivato grazie alla propaganda dell’amministrazione americana. Prima di lui, ricorda l’economista italiana, il terrorismo non era altro che un tipo di crimine con finalità belliche, un problema di ordine pubblico in sostanza. Adesso è guerra contro. Contro gli islamici, gli arabi (in fondo è uguale no?); contro chi ce l’ha con noi, anche se non sappiamo bene chi è. E’ anche per questa ragione, per questa confusione, che poi qualcuno si prende la briga di essere effettivamente il nemico. Se mi chiami islamofascista mi stai chiedendo di esserlo. E’ per questa ragione che Burke parla della difficoltà di dare un profilo del terrorista tipo, anche perché, probabilmente, non esiste. C’è più o meno di tutto: classe media con livelli di istruzione elevati, disperati senza nulla da perdere, seconde generazioni incazzate etc. Non ci sono molti tratti comuni, ma rimane importante tenere in considerazione il background di questi ragazzi. Uno non si ammazza così, a caso.

Dopo circa un’ora Torrealta dà la parola alle domande dal pubblico. Si finisce inevitabilmente con il toccare i maggiori temi d’attualità, globali (sviluppo e capitalismo globale, crescita e sostenibilità ambientale) e locali (il razzismo diffuso). Tutto nel clima disteso di un dibattito dove se non tutto è condivisibile, è quantomeno rispettabile. Solo ad un certo punto divento insofferente. Una ragazza dal pubblico chiede quando finalmente finirà questa paranoia collettiva e racconta di come la infastidiscano i controlli negli aeroporti, sembra affermare, con un’aria tra l’annoiato e lo scocciato, l’inesistenza del rischio. Ora, se sono contento di sentire bravi giornalisti definire l’entità del rischio, devo ammettere che mi infastidisce chi, senza la stessa preparazione, porta alle estreme conseguenze il discorso, fino a far passare per ridicoli coloro che, vivendo effettivamente in aree di rischio, hanno paura. Il rischio c’è, non va dimenticato ma va capito. In occidente esso si concentra soprattutto nelle aree metropolitane, centro delle più svariate tensioni in-umane. Ero a Londra il 7 luglio del 2005, quando ci furono gli attacchi, ed ero spaventato. Mi è capitato anche di andare a New York, non molto tempo fa, e anche lì ho avuto paura. Anche vivere a Gerusalemme non deve essere proprio facile. Il rischio ce lo siamo costruito con le nostre mani in forma di città-giungle. E’ la seconda natura, quella dell’uomo, pericolosa ed imprevedibile quanto quella vera, ora sogno bucolico della borghesia. Tutto sta ad analizzare razionalmente questo rischio e trarne conseguenze ragionevoli.

Dicevo che ad un certo punto si è anche parlato dell’aria, non proprio leggera, che si respira in Italia in questi ultimi mesi e con questo vorrei chiudere questa infinita relazione. Un razzismo diffuso, non senza precedenti storici. Qualcuno che ancora si indigna pare ci sia, ma una xenofobia dilagante, che ora ritroviamo a tutti i livelli nella nostra società, è qualcosa che sta emergendo con forza e questo va capito e affrontato (consiglio sul tema il post Rimini di Gabriele). A questo proposito Loretta Napoleoni fa notare come l’intolleranza a cui stiamo assistendo in Italia nasce da un bisogno di esternalizzare la rabbia, trovare un colpevole alla crisi. Ricorda la Germania del Weimar. In questo processo la minaccia terroristica ha creato le premesse a ciò che oggi succede nel nostro paese. Con il 9/11 ha inizio la caccia allo straniero, nella spaventosa veste di islamico e quindi terrorista. Le stigmatizzazioni si sono poi rafforzate con gli attentati di Madrid e Londra. Ora il fenomeno si è esteso colpendo, come è costume dell’uomo, i più vulnerabili, i rom. Altri uomini.

Di come disinnescare questi meccanismi violenti che si alimentano e producono paura non se ne parla, forse perché non si sa bene cosa dire. Chi ha letto due libri di antropologia o studiato un po’ di storia sa bene che essi appartiengono all’uomo, sono umani, e non disumani come il folklore di certo giornalismo buonista e poco istruito racconta. E’ tutto umano ciò che facciamo e ci raccontiamo, magari terribile, ma comunque proprio dell’uomo e questo ci lascia con un certo senso di angoscia. Un buon punto di partenza mi sembra parlarne. Onestamente e razionalmente. Chissà che un po’ di terapia di gruppo non ci faccia bene.
Come sta la tua paura oggi?

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Una Risposta to “Te lo do io (anzi noi) il Festival di Internazionale/2. Come sta la tua paura oggi?”

  1. Te lo do io (anzi noi) il Festival di Internazionale. Allegretto andante « Festival dell’Uomo Says:

    […] piega dell’impegno sui temi direi leggeri, al contrario del Festival socialmente appassionato di Rafael. Confesso fin da subito che abbiamo perduto sia l’intervista a Noam Chomsky, sia, attenzione, la […]

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