La scuola e Ivan Illich

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In questi giorni di grande protesta da più parti si alzano voci, critiche e prese di posizione contro un sistema politico che sembra avere un piano organico di attacco e smantellamento a un sistema del welfare che ha, negli ultimi trent’anni, permesso una struttura di garanzie e di mobilità sociale che prima risultava impensabile. A capo di questo movimento si è scelto di prediligere la difesa del sistema scolastico, come emblema di un sistema di valori e diritti che si ritengono inattaccabili. Il diritto all’educazione, il diritto a una mobilità sociale che permetta di uscire da una situazione di svantaggio economico, e più in generale il diritto ad avere un futuro.

Queste sono le questioni generalissime e i toni in cui mi pare che il movimento si riconosca, nel momento in cui pretende di non essere connotato in maniera politica.

Ma la scuola può davvero garantire tutto ciò se adeguatamente finanziata e difesa?

Da parte dello schieramento di governo uno dei capisaldi di accusa contro quest’ondata di protesta è il richiamo che secondo questi è presente al movimento del ’68, una sorta di adesione a un romanticismo violento, a un periodo storico in cui i valori e gli ideali avevano un peso che si voleva determinante nella costruzione di un ipotetico futuro. Un periodo che viene dichiarato essere completamente chiuso.

Ma da parte dell’ “onda” quest’identità non viene assolutamente riconosciuta. E sarebbe bene chiedersi perché, visto che storicamente il ’68, anche se ha portato a conseguenze che sono state vissute come negative dagli stessi protagonisti, è stato probabilmente l’unico momento in cui l’opinione degli studenti ha avuto una risonanza e un peso unico nella storia, e sarebbe quindi lecito aspettarsi un richiamo all’unica situazione che abbia dato un senso alle proteste giovanili, che prima di allora non avevano luoghi (né aspettative) per essere ascoltati.

Da un punto di vista formale e strutturale le differenze sembrano essere lampanti. Nel ‘68 l’oggetto posto sotto accusa era precisamente quel sistema scolastico che oggi si vuole invece difendere (che il sistema scolastico sia o meno cambiato dal 68 a oggi è un’altra questione che affronteremo in seguito) e, questione visivamente ancor più importante, nel ‘68 le manifestazioni erano fatte insieme agli operai e non insieme ai professori. Questi venivano invece visti come l’incarnazione del nemico, come i principali responsabili dell’immobilità di un sistema autoritario e violento e non come un alleato con interessi e valori comuni, e si sceglieva invece di schierarsi con quella parte della società, che in questa prospettiva sistemica veniva vista attaccata dalla stessa struttura autoritaria e violenta.

Altre differenze di ordine sostanziale risultano ancora più marcate. Il 68 era un movimento di critica e non di protesta, aveva cioè un progetto di modifica del sistema vigente, non voleva difenderlo o incrementarlo, ma cambiarlo radicalmente se non in alcuni casi sradicarlo addirittura. Slogan quali “l’immaginazione al potere” e “siate realisti: chiedete l’impossibile” danno l’idea di una volontà di cesura radicale con un passato che si riteneva reazionario, impositivo e violento. E le forme che venivano proposte come alternative a quelle del sistema scolastico erano molto diverse da quelle che sono state poi realmente attuate; non è un caso che uno dei libri caposaldo della visione pedagogica che sottostava a questa proposta era “lettera a una professoressa” dei ragazzi della scuola di Barbiana di Don Milani, che certo non trova molti riscontri nel sistema scolastico vigente ancora oggi.

Cosa c’è dunque di strano in questo movimento di inizio millennio?

Per tentare di dare una direzione nuova alle possibili risposte vorrei cercare di delineare brevemente le critiche che Ivan Illich poneva al sistema scolastico a metà degli anni 70.

In “descolarizzare la società” Ivan Illich sviluppa un pensiero nato da oltre un decennio di riflessioni e confronti. L’idea è che il principale obiettivo del sistema scolastico, ignoto agli stessi operatori che vi lavorano all’interno, sia quello di educare la società ad accettare il sistema sociale così com’è proposto (imposto?) dal sistema economico capitalistico. Badate bene che Illich non ha una formazione marxista, il che significa che lui traccia una storia non basata sull’opposizione fra una classe di sfruttati e una proprietaria degli strumenti (di produzione o meno), ma al contrario lui studia l’opposizione che si crea fra la struttura tecnica dello strumento e l’uomo e, solo dopo, e di conseguenza, fra l’uomo e certe professioni il cui interesse consiste nel mantenere tale struttura tecnica. Per essere chiari bisogna sottolineare che Illich intende la parola strumento nel senso più generale di mezzo. In questo modo lo strumento diventa “inerente al rapporto sociale. Allorché agisco in quanto uomo, mi servo di strumenti. A seconda che io lo padroneggi o che viceversa ne sia dominato, lo strumento mi collega o mi lega al corpo sociale.” E in questo senso all’interno della categoria “strumento” rientra anche il concetto di scuola, in quanto mezzo per ottenere un riconoscimento sociale, un’istruzione o qualsivoglia altra aspettativa si riversi in questa istituzione.

L’educazione diverrebbe quindi qualcosa di profondamente diverso dall’apprendimento. Nella scuola si educherebbe ad accettare un sistema in cui i servizi sociali tutti siano visti come merci che possono essere quindi, in un sistema ad elevato grado di industrializzazione, prodotti solo da un sistema esperto e quindi esclusi dalla possibilità di critica e di autogestione da parte dell’intero spettro sociale che ne deve essere lo sterile fruitore. Il sistema scolastico crea negli studenti una dipendenza dal sistema economico e sociale che propone merci chiuse, non soggette a modifiche e inindagabili se non dagli addetti ai lavori investiti di una competenza unica e intrasmissibile se non con i riti già previsti e codificati dal sistema scolastico.

La scuola presenterebbe quindi gli aspetti di una chiesa poiché oltre alla legittimazione del sistema esperto (i preti del sistema sociale) ha una vocazione che riesce a concretizzarsi in forme realmente universalistiche. Nessuno cioè può mai affermare di aver portato a termine un percorso scolastico che mostra sempre gradi successivi di scolarizzazione. La scuola non chiude mai. E se anche si volge lo sguardo lontano dal sistema formale in senso stretto la mentalità scolastica risulta aver permeato qualunque ambito lavorativo o sociale, per cui esisterà sempre il bisogno di ricorrere a un nuovo corso di formazione, di un nuovo certificato che attesti l’abilità a fare qualcosa e esisterà sempre un sistema esperto che saprà indicare come compiere un determinato lavoro o come pensare un determinato pensiero. Come sottolinea Durkheim la capacità di dividere in due regni la realtà sociale è l’essenza stessa di ogni religione costituita. In un sistema religioso può mancare il richiamo al soprannaturale o può essere privo di dèi, ma non esiste una religione che rinunci a dividere il mondo in cose, periodi o persone che sono sacre e altre che di conseguenza sono profane. “Il mero fatto che esistano scuole obbligatorie divide ogni società in due regni: certi periodi o processi o metodi o professioni sono accademici o pedagogici, mentre altri non lo sono. Il potere della scuola di dividere in questo modo la realtà sociale è illimitato: l’educazione viene staccata dal mondo e il mondo diventa non educativo.”

L’aspetto di contenuto della scuola risulta in questo modo totalmente annullato, non ha importanza ciò che viene insegnato, perché tutto viene obnubilato dal come viene insegnato, dalla struttura formale e di potere che si instaura all’interno del sistema scolastico.

Il punto dolente è che il metodo che la scuola impone e insegna agli studenti e quindi alla società tutta consiste nel confondere processo e sostanza, insegna a tutti a cimentarsi nel mito americano del “best way of life”. “quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole l’escalation porta al successo”. Con un’analisi particolarmente serrata Illich mostra come questo modo di considerare il “sempre più” ,e cioè l’essere sempre in difetto rispetto a un’ideale optimum che mai si può raggiungere, corrisponda precisamente alla logica dell’organizzazione economica della società in cui beni e servizi sono sempre rappresentati in un’ottica di scarsità. Il sistema del desiderio diventa quindi oggetto di insegnamento, e più precisamente diventa l’unico oggetto dell’istruzione formale, nel momento in cui stabilisce una corrispondenza di processo (il sempre di più) e sostanza (il sempre meglio). “l’organizzazione dell’intera economia in funzione dello stare meglio è il principale ostacolo allo stare bene”.

La critica che però è stata mossa a Illich è di finire in questo modo per non lasciare nessun canale di mobilità aperto e che quindi accettando la sua critica questa potrebbe essere strumentalizzata a perpetuare una guerra contro i poveri. Si sostiene che la scuola nel momento in cui è diventata di massa ha promosso una mobilità sociale per cui il figlio dell’operaio si può trovare in un sistema di parità (scolastica) col figlio di un dottore. Prescindendo dallo scoprire se questo sistema di parità sia veramente tale per qualche singolo caso, molte ricerche mostrano che nella maggior parte dei casi questo non avviene e quanto invece le condizioni sociali prescolastiche esercitino sempre la loro influenza determinante nell’indicare il percorso scolastico e di apprendimento. La scuola finirebbe quindi solo per legittimare un sistema di differenze economicamente dato e per scaricare la responsabilità della mancata mobilità sulle spalle del singolo studente che o non ha portato a termine un percorso di studi che non hai mai termine o non ha saputo approfittare delle possibilità che questo sistema gli porgeva. Questo finisce per creare una nuova ( nuova quando scriveva Illich, ormai tristemente nota) forma di povertà in cui il fatto di sentirsi in stato di inferiorità rispetto “a chi ha studiato di più” ( e questo paragone può essere portato anche su scala nazionale, non è un caso che uno dei criteri per stabilire il grado di sviluppo di una nazione sia quello di considerare il grado di scolarizzazione medio dei suoi abitanti) si lega inscindibilmente alla cieca credenza in un sistema istituzionale e burocratico esperto in grado di delineare beni e bisogni primari. La povertà si modernizza poiché un sistema esperto è in grado di delineare nuovi servizi e nuovi prodotti industriali come beni di prima necessità. “poiché non c’è nulla di desiderabile che non sia stato programmato, il ragazzo di città ne arguisce che sapremo sempre inventare un’istituzione per ogni nostro bisogno. L’uomo il quale sa che tutto quanto è richiesto viene prodotto, ben presto finisce per aspettarsi che niente di ciò che viene prodotto possa non essere richiesto”. E questa impossibilità di accedere a un sistema di aspettative sempre crescenti è precisamente ciò che fa aumentare costantemente la povertà percepita e effettivamente vissuta.

Illich mentre delinea questa critica alla società che diviene scolarizzata in tutti i suoi aspetti (chiunque ne dubiti tenga sempre a mente quanto sempre e in tutti i casi dell’agire sociale si debba ricorrere a una struttura di legittimazione esperta, dall’istruzione, alla medicina, dall’apporre modifiche alla propria casa, all’installare una lavatrice, la morte stessa non può essere tale se non viene dichiarata da un medico) ne delinea pure il punto di rottura. Nel momento in cui un sistema scolastico mira a diventare universalistico per gradi e capacità pervasiva finisce sia per diventare insostenibile dal punto di vista economico, visto l’incremento monetario costante di cui necessiterebbe, non per i singoli studenti, ma per l’istituzione educativa nel suo complesso, che come si è detto, permea ormai tutti gli aspetti del vivere sociale e lavorativo e finisce quindi inevitabilmente per squalificare gli attestati di idoneità che propone per il vivere sociale.

Oggi la situazione sembra infatti rispondere a quest’analisi poiché all’interno della protesta, se anche si alzano delle voci a richiedere maggiori garanzie a livello qualitativo della cultura che viene proposta e insegnata, forte è infatti la critica a una sempre maggiore liceizzazione (tutto sommato quindi anche se urlano di voler difendere la scuola pubblica, ammettono implicitamente le pecche dello stesso sistema pubblico), nel contempo non è neanche troppo nascosto l’altro aspetto di questa critica che richiede a gran voce maggiori garanzie per un futuro che si sa essere incerto. Si lamenta cioè una scarsa spendibilità del proprio titolo di studio.

“Quando il potere che riposa sul titolo scolastico crolla, allora tornano alla ribalta certe forme di segregazione più antiche: la forza-lavoro di un individuo vale meno perché si tratta di un nero, di una donna, di uno straniero, di uno che non la pensa giusta, che non è in grado di superare certe ordalie. Il minor ruolo della scuola nella selezione di una meritocrazia apre le porte a processi di selezione più primitivi.” Questa, che sembra essere oggi in linea con la critica che viene mossa al sistema scolastico, Illich la presentava con tono ironico sottolineando come dicendo ciò si cada vittima dello stesso meccanismo prima descritto. La richiesta di maggiori garanzie, acriticamente proposta, sembra fin troppo vicina al bisogno di accedere a un sempre maggiore grado di consumo . La richiesta di rendere nuovamente valido un pezzo di carta che certifichi l’appartenenza a un dato sistema codificato, un asservimento riuscito a una struttura gerarchica definita, l’aderenza ad un sistema di consumo industrializzato dà precisamente la misura di quanto la critica di Ivan Illich sia ancora attuale e di quanto la società sia profondamente e forse irreversibilmente scolarizzata. La mancanza di dubbio sulla necessità della scuola pubblica obbligatoria, la cieca adesione al modello scolastico che questa società ha creato e contribuisce a perpetrare cade inevitabilmente nel vicolo cieco della sua insostenibilità qualitativa, ma di questo è bene non parlare. Sia mai che si finisca per credere che la scuola non sia l’unico modo di apprendere qualcosa dalla e sulla vita.

Le citazioni sono tratte dal “descolarizzare la società” e “la convivialità” entrambi reperibili al sito http://www.altraofficina.it/ivanillich/default.htm

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10 Risposte to “La scuola e Ivan Illich”

  1. tablada Says:

    Riprendo il commento che avevo scritto all’art di Luca ieri su uniurbinlotta,perché ancora non avevo letto il tuo post e mi sembra che si ragioni all’incirca nella stessa orbita.
    Uno dei pochi fili che legano ironicamente il ’68 e il ’77 ad oggi è il fatto che la creatività attualmente è al potere, come il desiderio. Addirittura, non solo “il personale è politico”-mediatico. Lo è la stessa esistenza biologica, la vita e la morte.La nostra, scrive Foucault, non è la civiltà del controllo, ma del controlo – stimolo.
    E non solo nel senso generale mediatico-consumistico.
    O come scolarizzazione. Il medesimo fenomeno di potere che Illich nota nella scuola è pervasivo, investe ogni STRUMENTO. Come una rete, un arcipelago microfisico di ‘piccoli potenti’ e poveracci. E a volte alcuni poveracci si trasformano in piccoli potenti, o sognano di farlo. Questo dispositivo normalizzante del controllo-stimolo, del controllo – desiderio è molto probabilmente ciò che lo stesso Illich individua nella scolarizzazione. Ed è un nodo fondamentale perché è un dispositivo che stravolge ogni logica classica del potere:da lì in poi non è più possibile parlare in maniera cristallina o monolitica di autoritarismo, oppressione, dominio. Non siamo più nella logica amico/nemico, nella massa doppia. Chi è oggi il nemico? Dove e quali sono le forme del controllo?
    Nel ’68 tutto era chiaro ( o almeno lo sembrava): classi contro classi, movimento contro sistema. E’ vero: oggi l’individuazione del ‘nemico’ nella protesta passa attraverso
    una solidarizzazione con i vecchi nemici di allora, professori, l’istituzione scolastica. Ma nel frattempo quel dispositivo ha lavorato, ed è come il codice in Baudrillard: opera tracciando confini interni, linee conflittuali entro ogni strumento. In stretta complicità con quella precarizzazione che non è solo
    economica, ma una reale forma antropologico-politica del potere. Iniziata oltre 30 anni fa. La lotta è sempre più trasversale, rizomatica, dentro le istituzioni. Ecco perché la guerra tra poveri.
    “Libertà, l’ho vista dormire nei campi coltivati, tra cielo e denaro, tra cielo ed amore, protetta da un filo spinato”.
    Allora. per tornare a scuola e dintorni, occorrerebbe riflettere sul senso di una resistenza attiva, di una difesa critica TRASFORMATIVA del pubblico.
    Un doppio movimento, mica facile. Ma credo sia l’unica possibilità. Per tornare poi a noi come gruppo, un mix tutto da pensare tra quello che hai scritto tu, Luca sui saperi , e quello che tutti i giorni si fa in c1 e nelle piazze. Mi sembra una perfetta linea ideale tematica da sviluppare nel futuro nel blog, capace di saldarsi all’attuale in maniera efficace. Un possibile laboratorio di riflessione, o gruppo di lavoro tematico da elaborare a più mani. Raccogliendo soprattutto l’invito di Luca su uniurbinlotta: chiaro ed efficace. Che ne dite?

  2. laag1 Says:

    sono d’accordo con l’avvicinamento dell’istituzione scolastica alle “chiese”, dei professori con i “preti”; credo anch’io che la scuola funzioni come tutte le altre istituzioni da catalizzatore e ripetitore del senso del contesto sociale in cui, e di cui, gli uomini vivono in quanto tali; le istituzioni tendono alla fissità cioè alla ipostatizzazione delle forme in cui la vita si sostanzia: cementare pezzi di realtà sensata che fungano da coordinate nell’orientare gli sguardi dei membri della comunità. una comunità atrraverso l’istruzione rende bravi cittadini, ne riproduce i ruoli. i contenuti che produce sono la cartina tornasole di ciò che ritiene importante, fondamentale;
    per una società che si veda in corsa su una linea di progresso la scuola diventa una struttura che riproduce riflessione e cambiamento. per un sistema che auspica un suo mantenimento è fondamentale che la riflessione riproduca sempre le medesime forme. entrambe queste posizioni probabilmente non possono esistere in modo spurio; si può parlare piuttosto di una tensione tra questi due poli poichè quello del cambiamento è un cardine potente tanto quanto quello della fissità e d’altra parte un sistema che punti a riprodurre fissità riproduce sì saperi conunitari, ma istruisce il singolo aumentanto di fatto la complessità del sapere stesso. ogni sguardo per quanto conforme porta con se un’inevitabile deformazione.
    in questo momento ci dobbiamo misurare con un sistema educativo che sta mutando secondo me i parametri di tale tensione: si vuole cambiare segno alla riflessione ma questa non è un’operazione che si vuole calata dall’altro, il frutto di un disegno diabolico, o meglio, non solo; questa è è prima di tutto il segno di una necessità di cambiamento condivisa e vissuta prima di ogni altra cosa come un’urgenza sociale. da qualsiasi lato la si guardi si tratta di un cambiamento dei contenuti che il ripetitore deve veicolare, dell’immagine da proiettare. due parti di un medesimo gioco:due fazioni che capiscono benissimo le ragioni tra di loro ma non capiscono quelle degli altri. entrambi sostengono una delle due parti della forma e trattano come deliranti quelli dell’altra parte. al cambiamento si risponde con una necessità di cambiamento. il nemico in ogni caso è il singolo: il cane sciolto dal vincolo; quello che non capisce che non si inserisce in nessun ruolo. nota critica: anche l’autoformazione ha un limite: il riconoscimento del credito. estrema necessità di vedersi riconosciuto un ruolo, di abere un ruolo che ci si sente rubare.

  3. tablada Says:

    Diluvio riflessivo – parte 1

    Specifica: quando intendo terminata la logica di potere istituzionale espressa dal modello amico – nemico intendo che le forme cognitive e le prassi politico – culturali di inclusione/esclusione lavorano ormai non più per categorie, classi, generalizzazioni individuabili in un determinato gruppo sociale. Se in passato gli ‘operai’ erano gli sfruttati e i ‘borghesi’ erano gli sfruttatori, i comunisti i difensori degli oppressi e i demoscristiani la sclerotizzazione tentacolare del potere, oggi è lampante che tali divisioni nette, categoriche, appunto, non funzionano più. Questo è ciò che ci spiazza.
    Che l’operaio voti Lega, che il Professore precario di Liceo Classico si ritrovi in condizioni economiche simili di chi lavora in fabbrica. Che il piccolo imprenditore tuteli maggiormente i diritti dell’immigrato di quanto non facciano partiti, sindacati o assessorati vari. Io mi pongo dal punto di vista di chi protesta, del nostro voler ragionare e tentare di pensare un cambiamento.Allora non vedo più schieramenti contrapposti, ma reversibilità continua tra amico e nemico: se un professore è con noi in piazza a urlare contro Tremonti ma poi lo ritrovo di sera a fare le ronde per la sicurezza del quartiere, chi è lui per me? Come lo devo considerare? Questo per dire una cosa ovvia, che era ovvia già per Goffman ma su cui nessuno aveva mai posto l’accento: gli individui transitano in semrpe più numerosi contesti istituzionali, di legittimazione e costruzione-veicolazione del senso. E non indossano quasi mai la stessa ‘maschera’. Radicalizzando molto, ognuno in vari contesti può essere vittima o carnefice, conservatore o
    promotore di un cambiamento, lavorare per la tutela dei diritti o per la loro distruzione. Senza rischiare di scivolare nellla schizofrenia, in assoluta tranquillità. Lo stesso accade, credo, entro ogni contesto istituzionale, che veicola
    senso e valore nel cambiamento, nella deformazione strumentale dell’istruzione individuale, del singolo che riproduce come una ‘variazione sul tema’ il contenuto generale. Ma tutto ciò il singolo può farlo proprio perché diviene egli stesso dispositivo di potere, egli può disporre di uno spazio e di un ‘materiale’ relazionale su cui esercitare e costruire una dissimmetria, un rapporto di ‘dominio’. Eccoil senso della ‘micrifisica’: tante piccole e diffuse particelle istituzionali, corrispondenti a piccoli gruppi, se non a singoli individui. Non più L’ISTITUZIONE.
    Allora quella reversibilità amico-nemico che rischia di diventare relativizazione, scacco, impossibilità, può essere vista come una vera e propria tattica del potere. E ci frega, ci crea confusione solo se la continuiamo a pensare attraverso la lente logica delle contrapposizioni simmetriche, degli schieramenti uno vs altro. No: Millepiani, come scriveva Deleuze. Focalizzare, contestualizzare con attenzione, dentro ogni nodo di potere/sapere. Allora, se vai a guardare da questa prospettiva, non trovi più due parti di un medesimo gioco. O meglio, il gioco sarà pure lo stesso, ma c’è uno che lo organizza e lo gestisce e uno che lo subisce, che lo pratica con inerzia. Lo ‘sfruttato’, l’escluso di turno. Allora, visto che noi ci poniamo dalla parte di quest’ultimo, dobbiamo chiederci come reagire, cosa fare. Ed è quello che in un modo o nell’altro ci stiamo chiedendo tutti. C’è chi sostiene la prospettiva del ‘cane sciolto’, nell’hackeraggio, nell’aggiramento. Chi crede in una organizzazione, in una contrapposizione. Questo sto vedendo e sentendo, in generale. Mi sembra una dialettica potenzialmente proficua, se la si ragiona assieme, senza dare addosso a nessuno e chiudersi in rifiuti preconcetti.
    Io ripeto solo per ora che individuare l’avversario, dargli un nome, come diceva anche il Prof.Alfieri, è necessario. Non dobbiamo aver paura di dare dei nomi al non – noi. Solo che è necessario un preciso lavoro di distinzione, lavorare DENTRO le categorie, specificarle, tracciare i confini. Stare attenti alle parole d’ordine, decrittarle. Non è IL BARONE il nostro nemico, perché dentro quella parola c’è anche il concetto di ‘professore ordinario’, e allora ti ritrovi la Gelmini che dice ai ragazzi: sono anch’io contro i baroni, si tagli dunque! Quello che ci fotte, l’unica vera simmetria che ci fa fare lo stesso gioco del sistema è continuare a usare riflessioni e espressioni generaliste, ‘a pioggia’ come i dec
    reti della finanziaria, decontestualizzati.

  4. tablada Says:

    Se invece avremo la PAZIENZA di lavorare a progetti specifici, legati ad un territorio, ad un contesto, potremo dare un volto ai nostri avversari, e fronteggiarli, a viso aperto. Come gli “escraches” in Argentina: migliaia di persone sotto le case dei responsabili delle desapariciones, o della crisi del 2001, a fare scherni, sberleffi…Pubblica riprovazione, pubblico ludibrio, sonoro, visibile. Naturalmente esagero, ma nemmeno più di tanto. Perché dare un nome e un volto, assieme ai contenuti, credo sia fondamentale in ogni atto critico, di denuncia o protesta che dir si voglia. E chi l’ha detto che bisoga essere migliaia? A fare radio AUT erano Impastato e altri 4-5. Chi erano, degli eroi o dei coglioni? Nessuno dei due, credo. Solo persone indignate e coraggiose.
    Tessere il filo della narrazione che contesta, che decostruisce e poi traccia delle possibilità dell’altrimenti. Ma prima occorre tracciare il percorso dell’esclusione, e ripeto che ad esempio quella di Luca è una strada possibile, nel percorso dei saperi. Tessere la narrazione significa per me mettere in comunicazione i nodi paradossali tra istituzione e istituzione, tessere una vera rete per mostrare che ogni lotta non è poi così individualista come la vogliono dipingere dall’alto.Certo, c’è qualcuno che la rende particolarista, che ci specula e ci lucra, ma la CONDIZIONE, quella più passa il tempo più io la vedo comune. Costellazioni di precarietà. Quello che fa ad esempio un Celestini è proprio tentare di tracciare un filo che attraversi la condizione di un precario in un call center e quella di una casalinga ossessionata dalla pulizia, passando per la reazione di chi al semaforo si trova davanti al finestrino un lavavetri. Questo è l’approccio, lo sguardo e la pratica espressiva in cui credo. Mica dobbiamo diventare tutti teatranti, ma di quel fare artistico-teatrale credo si debba prendere quell’aggettivo un po’ abusato ma per me fondamentale: CIVILE. Perché il senso di una partecipazione, di una azione come reazione ad uno status quo che non tolleriamo più non può prescindere da una riflessione ed una prassi che assuma il senso di una ‘cittadinanza’, proprio come tentativo di mettere in circolo le individualità, di tracciare il filo che può far parlare ogni singolarità con l’altra. Mettere insieme le storie, insomma, non come un patchwork, ma con l’arte paziente della narrazione, figlia dell’approfondimento. Paolini, prima di raccontare I-Tigi, canto per Ustica, ha lavorato 4 anni per approfondire e documentarsi. Ancora mi chiedo, senza arrivare a tanto, noi non possiamo fare nemmeno la brutta copia di tutto questo? Un documentario, una ricerca, una rappresentazione? La forma documentario-inchiesta è ciò che in Italia oggi lascia aperto lo spiraglio per una libera inform-AZIONE. Per questo dicevo: concentrarsi, scegliere un obiettivo di approfondimento che ci appassioni, che un giorno potremo rendere pubblico, nello spazio pubblico, tra le persone che magari fischiano, si incazzano, applaudono….Nella fisicità di uno spazio di corpi. Quella che oggi sembra la più virtuale delle realtà possibili: proprio il faccia a faccia, il contatto fisico. Non è che non creda nel web o nella validità di essere cani sciolti, attenzione. Solo che anche queste posizioni andrebbero relativizzate, contestualizzate. La rete come spazio di costruzione di visibilità, consenso, condivisione di contenuti in maniera più fluida e agevole, ok. Persino come costruzione di autorevolezza, di prestigio, ok. Ma attenzione: qual è la forza, il potere della rete? Il numero, la massa, i contatti, la visibilità nei canali di maggior diffusione. Quale il rischio? Proprio quello di una difficoltà di approfondimento, di una scarsa specificità e peso specifico nei contenuti. E non è un discorso secondario, per me. Perché approfondimento non significa un mero esercizio ozioso di stile. La forza della narrazione specifica, lo insegna Saviano come Pasolini o Sciascia, Biagi o Zavoli, sta proprio nell’essere ficcante, nel dare colpi ben assestati e mirati al ventre molle dell’esistente. Dell’hacker ha la capacità di essere affilata, specifica, ma non fa propria l’azione di disturbo una tantum, di blitz. Lavora invece in silenzio, non ha fretta, e quando agisce non si ritrae ma rimane, pesante, inizia a far girare il proprio contenuto, lo porta nelle scuole, nelle piazze, nei bar…Io vorrei anche sapere: chi ci ha condannato alla fretta? Abbiamo chinato il capo per anni, e ora vogliamo tirarlo su di scatto? Il rischio strappo non è indifferente.

  5. tablada Says:

    E un’ultima cosa: per terminare questa riflessione fiume che poi è uno stream a ruota libera su quello che mi passa per la testa da giorni. Ritornando sulla forza persuasiva di una piccola e semplice narrazione critica condivisa, costruita su un territorio, fatta oggetto artigianale, racconto, pièce, documentario o altro: è un baco di prova anche per riflettere sul senso dell’essere ‘cani sciolti’. Perché si può essere sciolti nel senso di essere liberi da vincoli, da coercizioni o lacci ideologici. Il più possibile esterni ai giochi di potere, sapendo che non c’è un fuori rispetto al potere, perché non c’è alternativa alla distinzione, alla differenziazione. Dove c’è un confine c’è potere, e di confini, reali o metaforici, viviamo. Sta solo a noi renderli il meno rigidi possibile. Il rischio di essere cani sciolti sta nel trovarsi nel proprio territorio, magari in un gruppo ben nutrito, crescente, ma senza lacci reali con il resto. Con il rischio di contrapporvisi, di erigere mura. O di vagare in continuazione, per continuare ad essere sciolti da qualsiasi contesto. Ecco, questo mi spaventa un po’. L’essere condannati in nome della libertà a spostarsi, a cambiare sempre fronte di lotta, a cambiare i contenuti. Non è quello che poi alla fine vogliono gli stessi potenti? Renderci tutti liberi, ma ognuno per i fatti propri. Che si sia a milioni nella rete a loro non frega nulla. Se poi quei milioni della rete scendono in piazza, allora sì che il potere trema. Se qualche cane sciolto inizia a raccontare, a fare nomi e cognomi tabù, allora sì che scatta la censura. Ecco, finchè ci applaudiranno, finche il Resto del Carlino ci dirà bravi, allora staremo sbagliando qualcosa.
    E per fare dei piccoli esempi nemmeno tanto lontani dal nostro contesto, continueremo ad ignorare chi lavora per 12 ore alla Pershing e Dreaming a Fano, con tutti i rischi connessi, dello scandalo normalizzato di Ponte Armellina (giusto ieri ho visto il video di Cingolani che riporta alcune immagini e testimonianze, provate a chiedervi in che condizione vivono DA ANNI 4-500 persone A NEMMENO 8 KM DAL MAKKIA E DALL’APERITIVO IN PIAZZA!!!!!!). Tutto questo c’entra o non c’entra? Vi chiedo, rispetto a tutto questo si vuole lavorare o no a tessere un racconto comune? Perché non mi rivolgo tanto a chi studia ingegneria o farmacia, ma a coloro che si interessano di scienze sociali, politiche, economiche, psicologiche, pedagogiche, ecc.: PER COSA STIAMO PROTESTANDO, VERSO CHE COSA CI INCAZZIAMO, CHE COSA NON TOLLERIAMO PIU’ SE NON L’IMPOSSIBILITA’ DI DARE UN NOME, UNA VOCE, DI AVVICINARCI ALLE REALTA’ VERAMENTE ESCLUSE, A PERSONE VERAMENTE PRIVATE DELLA LORO DIGNITA’, DEI LORO DIRITTI, PERSINO DELLA LORO VISIBILITA’, DELLA POSSIBILITA’ DI FAR SENTIRE LE PROPRIE RAGIONI NEL DISCORSO PUBBLICO? SE CONTINUIAMO A RAGIONARE DI NOI STESSI CON NOI STESSI, DENTRO LA DIALETTICA PROTESTA – ISTITUZIONI, DOVE ANDIAMO A FINIRE? AVETE MAI SENTITO LA VOCE SINORA DI UN GRUPPO O DI UN SINGOLO STUDENTE IMMIGRATO, QUALCUNO HA PENSATO DI ANDARLI A INTERPELLARE?
    NON C’’E’ IL RISCHIO CHE SI LASCI DI NUOVO FUORI QUELLO CHE GIA’ NON SOLO E’ ESCLUSO, MA NON E’ NEMMENO PENSATO, PRESO IN CONSIDERAZIONE?
    Per questo sento il bisogno di avere la possibilità un giorno di raccontare, di essere sciolto nel senso di avere l’opportunità di prendere contatto con le persone che pensavo più lontane da me, quelle di cui non sapevo nemmeno l’esistenza. Per andarle ad ascoltare, a lavorare e produrre contenuti assieme a loro, complica dosi tremendamente la vita, certo, ma scrollandosi definitivamente di dosso la sensazione di studiare, lavorare, scrivere…guardandomi allo specchio, parlando di me stesso a me stesso. Allo stesso modo, ciascuno di noi potrebbe chiedersi se lui stesso,e persino tutto il NOSTRO riflettere qui, come gruppo, come movimento, non rischi alla lunga di divenire una enorme costruzione tautologica, autoreferenziale, che magari produrrà cambiamento, ma lasciando sempre fuori i soliti ignoti.
    Tutto questo è uno degli interrogativi e dei sensi del nostro studiare che sento più profondamente, da esprimere e da condividere (e che mi fanno scrivere a dirotto per 2 ore di fila mentre dovrei studiare…)

  6. giuliaponti Says:

    Bel fiume di parole, parecchio forte e coinvolgente…
    Io non voglio essere un cane sciolto, non voglio essere individuata come nemico, e non voglio vedere come nemico l’operaio che vota Berlusconi… Non voglio però neanche piegarmi al momento, al dirompente. Ho il terrore dei movimenti acritici… com’è nato il 68? Continuo a chiedermelo. So che in Francia c’è stato qualcosa a proposito di una scuola segregazionista che ha fatto scoppiare la protesta, ma c’era un qualche substrato di conoscenza, una spazio di valori condiviso? O si è creato con la pratica? Era un’esigenza indefinita, o un’appartenenza a un mondo di valori della terra che stavano venendo sistematicamente seppelliti sotto le fondamenta della nascente industria italiana? Io non lo so… Qualcuno lo sa? E sa se il 68 ha funzionato?
    E’ vero, l’esigenza di mantenersi in contatto col corpo sociale deve essere forte, e deve essere necessaria. Io l’avverto come un’esigenza. L’ho sempre avvertita così. Ma la scuola è il mio campo d’azione, o meglio no, ma è il mio mondo personale, e è secondo me sede privilegiata dell’analisi sociale. Quello che illich dice (e che poi svilupperà nel giro di 5 anni in molti altri campi assodati del vivere civile, smontandoli sistematicamente) e che dite anche voi, è che la cultura, il modello di valori, la struttura stessa della scuola instaura un profondo legame con la struttura sociale. La mia professoressa al liceo il primo giorno di scuola ci disse :”il classico è come una piscina: o impari a nuotare o affoghi”. Questa è la scuola. Questo è il modo in cui un vecchio sistema classista descrive la scuola a bambini di 14 anni. Questo è il modo in cui ti insegnano a vivere la società. Certo, giusto, piccoli spazi di potere schizzofrenici, in cui il modello è osare sempre di più. In cui, sempre, ci sei solo te e l’acqua che ti affoga…
    Per questo credo che la scuola sia sede privilegiata di analisi e riflessione e per questo sono spaventata da questo movimento e non riesco a fidarmi…
    Voglio riprendere un filo di pensiero che mi era venuto in mente quando ho letto il post di Matteo Vescovi e che credo possa aggiungere qualcosa in questa riflessione sull’istituzione scolastica.
    In Italia la scuola pubblica obbligatoria è nata con la riforma Gentile all’epoca del fascismo, e prevedeva se non sbaglio 5 anni, cioè le elementari, obbligatorie (o forse erano solo tre, non ricordo bene). L’ideologia che la ispirava era universalistica. Non egualitaria, l’universalismo che voleva proporre riguardava l’aspetto identitario, quello dell’identità nazionale. Da quel momento fino agli anni sessanta si potrebbe dire che è rimasta identica nella forma: nelle grandi città esistevano scuola obbligatorie per ricchi e scuole obbligatorie per poveri, nei paesotti, invece, ricchi e poveri andavano a scuola insieme. Ma rimaneva sempre lapalissiano che se anche le elementari erano uguali per tutti, già dal secondo passaggio si sarebbe creata una selezione classista. Le scuole erano quindi profondamente diversificate all’interno come classe sociale e ciò che doveva ispirare la ricomposizione di questo conflitto era un’identità, farcita da valori nazionalistici. Noi siamo uguali perché italiani e questa identità tale deve rimanere senza chiedere altro.
    Quando la scuola è diventata di massa le cose sono leggermente cambiate, l’obbligo scolastico si è allungato prima a 8 anni, poi a 9, poi a 11 e ora infine a 13 anni, ma il modello in senso stretto, la struttura non è cambiata. L’idea è stata quella di applicare il modello Gentile solo a un percorso più lungo. Il problema di mantenere un sistema egualitario, quando nasce? Nel ’68? Forse. Ma io credo che mai come ora si sia fatto sentire come urgente e pressante. Prima ovviamente non esisteva la necessità di rivendicare un diritto che già si dava per assodato nel momento in cui identità e eguaglianza erano due momenti che venivano confusi insieme. E l’inserimento del conflitto di classe non è riuscito a scalfire quest’appartenenza, magari ha aggiunto qualcosa, ma la scuola pubblica e obbligatoria doveva rimanere anche statale, che dalle nostre parti non è molto diversa dal dire nazionale.
    C’è un aspetto che tutti vedono come assodato nella scuola, anche se con aspirazioni diverse. Ed è la funzione di ingegneria sociale che questa riveste. L’idea che agendo sulla scuola si possa agire e quindi modificare o perpetrare il sistema sociale è sempre presente. Per tutte le ideologie che la interpretano.
    Ho il terrore che in questa accettazione acritica della scuola sia avvenuta per un inversione di senso: tramite la scuola è stata modificata la realtà sociale, quindi la modifica del sistema può avvenire solo grazie alla scuola.
    Ma a questo punto io mi chiedo se la scuola che ha una struttura data da circa un secolo di pratica e di ideologia, possa essere veramente la sede di un cambiamento? O di una radicalizzazione del pensiero se preferite. Ho il sospetto che la scuola nasconda nella sua struttura la sua necessità. La scuola pubblica moderna vive due difficoltà principali, figlie della società moderna: il sempre più marcato individualismo e di converso l’appartenenza a identità molteplici. Di cui l’appartenenza multietnica è solo l’aspetto più lampante e difficile da ricomporre.
    La domanda che mi gira in testa e che mi piacerebbe fosse affrontata a muso duro è se è proprio all’interno del sistema scolastico con la sua struttura identitaria, di classe, segregazionista, autoritaria, gerarchica e infin dei conti violenta che si possa creare una riflessione radicalizzata, che si possa intendere come la sede privilegiata per favorire l’integrazione, la coerenza sociale, la promozione di cultura?
    Io non so quali siano le vostre esperienze, e so che ora sto scadendo nella quasi morbosità psicanalitica, ma vorrei veramente spingere a uscire dalla riflessione universitaria in senso stretto e a allargare l’analisi alla scuola come istituzione. Pensate alle persone che sono state espulse dal sistema scolastico, pensate alle medie: bambini di dodici, tredici anni che non sanno leggere e che vengono bocciati venendo segnate a vita, le superiori con la loro struttura di classe definita (tecnici, commerciali, licei). E’ ben difficile in un sistema così strutturato che un borderline riesca a sopravvivere, di norma viene espulso o invitato a dirigersi verso “studi” più appropriati. L’accesso all’università stessa di norma dipende dal grado di accettazione (asservimento) della struttura scolastica. Le personalità che potrebbero essere creative o critiche di norma sono state selezionate o calmierate da un quindicennio passato all’interno dell’istituzione più totalitaria che esista, e i pochi superstiti vengono riassimilati al sistema stesso e sono costretti a comportarsi da pirati, finendo per non avere nessuna importanza a livello strutturale. Non so… Io non me la sento di difendere questa struttura, perché non credo che sia così malleabile come speriamo ad includere e ricomporre le differenze, a favorire un cambiamento. Che cosa radicalizziamo?
    E nonostante questo è vero, ha ragione Gabriele, è troppo vicino parlare così all’autoreferenzialità. Ma non posso neanche avere paura di spingere la riflessione un grado il là.

  7. andrea Says:

    salve,
    scrivere una qualsiasi opinione su di un fatto sociale implica un minimo di conoscenza del fatto stesso.
    scrivere un articolo su di un movimento partendo dal fatto che “mi pare che il movimento si riconosca” non penso sia un buon punto di partenza.
    scrivere “Nel ‘68 l’oggetto posto sotto accusa era precisamente quel sistema scolastico che oggi si vuole invece difendere” non dà l’impressione che lo scrittore sia a conoscenza del variopinto movimento degli studenti che ha due stretti punti di unione: rifiuta i tagli previsti dai provvedimenti legislativi, non mira alla conservazione dell’attuale modello scolastico ed Universitario che presenta alcune eccellenze (come la scuola primaria) ma soprattutto profonde lacune ed inefficienze.

  8. lucanegrogno Says:

    Una certa cautela nei confronti delle posizioni di un movimento è sempre necessaria: la mobilitazione politica di un gruppo deve sempre giocare con la propria rappresentazione; tentare, attraverso di essa, di trasgredire le regole di un sistema rappresentativo già stabile contro il quale sta giocando le piazze, gli slogan, le “rotture”. Questo rende necessariamente nebulosa e magmatica la base “teorica” e “programmatica” che sta dietro alle parole d’ordine e agli slogan. Voglio dire: in questo momento sostenitori di posizioni ultraliberali e ultrastataliste, se dotati di un qualunque potere editoriale, sono legittimati a parlare “alla” e “in nome dell” ONDA. Lo stesso facciamo noi qui.

    I “tagli”, le “lacune”, le “inefficienze”, sono disfunzioni di un sistema di formazione e riproduzione dei saperi che ha, comunque, punti di eccellenza. (E su questo sono assolutamente d’accordo, soprattutto se penso agli sforzi che la scuola primaria in Italia fa per garantire un livello accettabile di attenzione alla disabilità)

    Ma le disfunzioni possono essere discusse solo alla luce di una riflessione sulla funzione che si attribuisce a tale sistema. La riflessione che qui si propone, e sulla quale si cerca di portare l’attenzione delle individualità che compongono il movimento, è proprio sulla struttura della riproduzione dei saperi: su cosa ci sia, in essa, di escludente, gerarchizzante, funzionale a dispositivi di potere la cui opera si attua soprattutto fuori dall’istituzione scolastica e universitaria.

    Il problema è sempre il solito: il movimento che si raccoglie attorno al nemico costituito dai tagli, dallo smantellamento della scuola pubblica, riesce a far convergere dietro uno slogan le frustrazioni e le insicurezze provate da ciascuno, nella maggior parte dei casi senza smuoverle d’un passo.

    La politicità di un movimento sta invece nel costruire lo spazio pubblico che permetta ai singoli di oltrepassare l’orizzonte delle proprie personali frustrazioni per interrogarsi su come i dispositivi di potere agiscono attraverso di essi.

  9. giuliaponti Says:

    La risposta a questo commento di Andrea penso l’abbia già data Luca e anche Gabriele (tablada) in varie riflessioni che ha postato prima. Quindi tutto ciò che posso fare è ripetermi. Certo che siamo contro i tagli, perché dietro ai soldi si nascondono sempre delle vite umane che vengono menomate. Certo che il movimento riconosce le lacune e le inefficienze dell’attuale sistema scolastico, altrimenti non si darebbe il motivo di una protesta. Quello che la mia riflessione proponeva era molto semplicemente legato al quanto la critica di un modello scolastico e universitario inefficiente può essere produttiva in un’ottica, come quella dell’onda, che è primariamente politica. I movimenti tutti sono variegati, altrimenti non si chiamerebbero così, ma bisogna stare attenti che quando si dice questo non si debba accettare tutto e il contrario di tutto al loro interno. I movimenti sono variegati al loro interno perché non giocano nella dialettica istituzionale politica, e non sto parlando di partiti, ma precisamente della logica secondo cui bisogna essere parsimoniosi e moderati nelle richieste per coinvolgere più gente possibile. Io esprimo i miei dubbi, e ammetto di non saperne abbastanza, come dicevo nel commento precedente, me lo chiedo se i movimenti si formano attorno a degli ideali o se sono questi ultimi che nascono dai movimenti, ma in tutti e due i casi non si dovrebbe sfuggire a una logica di critica, non solo di se stessi, perché questo è estremamente riduttivo e quantomai sterile, ma più che altro del modello, dell’ideale, della volontà di cambiamento che si vuole realizzare, perché finchè rimane una sterile scelta politica, varranno i commenti che fa Gabriele, se il professore che scende con me in piazza oggi, domani me lo vedo a fare le ronde per la sicurezza del quartiere chi è lui per me? E cosa diventa un movimento che non sa identificare i collegamenti che legano le sue stesse richieste a un modello imposto dalla vigente società moderna con le sue pressioni e oppressioni? Non so, io presento i miei dubbi al riguardo e caldeggio ancor maggiormente ora a leggere “descolarizzare la società” di Illich (che peraltro si trova anche on-line), per, come dice Luca, radicalizzare il pensiero e per farmi sperare che sia vero che gli ideali si costruiscano intorno a un movimento, perché altrimenti siamo nei guai, anche perché non credo che in futuro si ripresenterà tanto presto la possibilità di parlare e cambiare le cose. Come si suol dire ora è tutto ciò che abbiamo.

  10. lucanegrogno Says:

    http://www.cassino7.it/notizia.aspx?ida=6790

    ho scoperto in questo giorni un autore francese, Jacques Ranciere, collaboratore di quel gruppo di strutturalisti come Balibar e Althusser che un po’ di tempo fa si sono riletti attentamente il Capitale. Oltre a un’attenzione particolare al tema del conflitto e dell’esclusione come motivi fondanti della politica, ho trovato tra i suoi testi un titolo, penso non ancora uscito in Italia, in cui affronta proprio le questioni della pedagogia e della scolarizzazione. Il link qui sopra dovrebbe portare ad un articolo su questo libro.

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