How Perfect is the Human? (5 variazioni sul cortometraggio “The Perfect Human” di Jorgen Leth)

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Tema
Un uomo e una donna in un ambiente bianco osservati da un narratore. La camera si focalizza sui loro corpi evidenziando alcune parte specifiche. Successivamente svolgono alcune azioni: vestirsi, svestirsi, saltare, ballare, mangiare ecc. Solo lui parla: una prima volta quando si interroga sul senso di un strano sogno; la seconda quando pensa ad alta voce mentre mangia, lamentando la partenza di qualcuno e i capricci della fortuna.

Var. I (Umano addomesticato)
Una coppia di umani in una specie di zoo/circo, in cui vengono osservati da altri umani. Sembra bizzarro? No, vediamo questa scena ovunque. Prima negli zoo in cui i “primitivi” portati dalle colonie erano esibiti, oggi in tutti i reality in TV. Inoltre le scienze (umane) non hanno l’umano come soggetto e al tempo stesso oggetto di studio? Ci piace guardare/essere guardati.
Con lo sguardo pensiamo di poter addomesticarci? Perché applaudiamo alla tigre che salta secondo i comandi del domatore? Forse ci piace vederla controllata, civilizzata, trasformata in qualcosa di docile. E i nostri bambini? Gli facciamo seguire norme, diventare altri da sé. Creiamo un modello ideale di essere umano se non perfetto, almeno accettabile, che deve essere seguito.
Ma dopo che abbiamo chiuso l’umano in un sé, l’abbiamo obbligato ad obbedire, ad essere guardato, lui non riesce neanche a riconoscersi. L’indifferenza dell’umano verso le fiamme del suo sogno sono come gli occhi della tigre che è stata strappata dalla natura: cenere della vita.

Var. II (Umano appassionato)
Un uomo solo trova una donna, si innamora e lei lo lascia senza spiegazioni. Lui cerca di ricordare la sua pelle, il suo corpo. Vuole dare un senso alle emozioni e al suo destino analizzando i loro stessi gesti. La voce del narratore esprime le domande dell’uomo in terza persona. Poi ci racconta il suo sogno che sembra un’isola di gioia dionisiaca in un quotidiano ascetico: le fiamme nella sua mano sono la passione, che cerca di capire, invece di sentire.
Anche lei è da sola. Sentiamo la distanza che la separa dal suo amante. Si trucca, sistema i capelli, si mette e si toglie e vestiti, ma non comunica. È lontana e tace. Forse ha paura di farsi male, per questo preferisce essere neutra, fuggire, invece di parlare.
Quale rapporto può nascere tra due persone che hanno paura di sé stesse, o dell’altro, o forse dell’incontro? Stare insieme ci mette in gioco. È un rischio. Possiamo farci male, perché perdiamo parte delle nostre difese. Ogni azione è appesantita se realizzata dall’altro, o per l’altro che si ama. Senza dialogo ci sono poche possibilità di intesa.

Var. III (Umano reificato)
Quell’umano è costruito, non perché si taglia i capelli, si fa la barba, la doccia, indossa vestiti, mangia con le posate. Oltre alle routine e altre attività che svolge, la sua vita ha qualcosa di inorganico. È un cyborg, o un personaggio. Il narratore è il suo creatore.
Lui vive un’esistenza controllata. Agisce quasi meccanicamente, segue i comandi della voce fuori campo, obbedendo al suo artefice. Il costruttore l’ha creato per analizzare l’umano, guardare ogni pezzo di vita, osservare ciò che prova, come si comporta. È il suo topo da laboratorio, pensa che guardando dall’esterno possa arrivare a capire qualcosa, magari di sé stesso. O forse è più tenero, l’umano è il suo figlio ideale: vuole dargli una vita perfetta, come un sogno, senza gli sbalzi della realtà.
Eppure se guardi tutti gli aspetti della vita dell’altro, non si può capire la propria. L’autore vede il funzionamento quotidiano, la produttività, le abilità in svolgere compiti. Tuttavia la parte dell’umano osservabile/definibile non è necessariamente la sua faccia più significativa. Conoscersi è possibile solo riflessivamente.
Inoltre la creatura ha vita propria, percepisce il suo mondo e sé stessa. Dal momento che incontra un simile comincia a sentire, a cercare delle risposte. Le sue azioni prendono un altro colore. Adesso che conosce la perdita, lo squilibrio, l’imprevedibile, sperimenta la vita.

Var. IV (Umano pubblicizzato)
Se il perfetto è impossibile, alcuni sono più perfetti degli altri. Loro sono bianchi, europei, conoscono il galateo, indossano vestiti formali, sanno usare il corpo in pubblico.
Siamo in una pubblicità. Vendiamo le persone perfette. Sembra strano? Allora, cosa dire di chirurgia estetica, sbiancamento dei denti, lenti colorate e palestra? Delle pubblicità come: “Diesel for a succeful living?” Delle modelle che indossano i vestiti nei loro corpi portati fino al limite (alcune volte, addirittura oltre) della salute. E a sua volta di tutti i mortali che vogliono assomigliare alle star, ai famosi, al loro gruppo o artista preferito, che guardano incantati la vita ideale di questi personaggi quasi sacri per la società. Chi non vorrebbe vivere a Beverly Hills?
L’intenzione però non è attaccare la moda, o l’industria di sogni di Hollywood. Il problema è la valorizzazione della perfezione che non esiste solo nell’estetica. Anche l’economia ha un soggetto razionale ideale. O le fiabe nelle quali i diversi sono sinonimo di negatività. O l’ergonomia di alcuni oggetti quotidiani, come le forbici: all’inizio specifiche per destri, poi fabbricate per sinistri; oggi esistono quelle che servono a tutti e due inventati da José Bornancini.
Quando ragioniamo in termini generali, rappresentiamo l’umano in forma ideale. Questa rappresentazione taglia fuori possibili specificità, producendo una barriera per le persone in carne e ossa. L’universalità impedisce ai diversi di esistere, di partecipare alla società,di avere rappresentatività. Basta pensare alle donne che vivono in un mondo in cui il linguaggio colloca il maschile come “normale”.

Var. V (Umano individualizzato)
La perfezione esiste nel singolo, l’altro può suscitare il paragone, la competizione, o il coinvolgimento affettivo. Imbattersi nell’alterità rende l’umano vulnerabile alle passioni o alla violenza fisica. L’uomo si destabilizza nel momento in cui trova la donna.
Una forma per essere perfetto è vincere tornando alla solitudine del potere. Cosa sono i record se non questo? Il guinness book è pieno di umani perfetti. Il superuomo non è super soltanto per le sue capacità. Ha bisogno di qualcuno con cui lottare e logicamente vincere. Tutta l’umanità è l’altro. In alcuno cartoon i veri potenti sono i “cattivi” che sono spesso soli. Tuttavia il “bene” ha il gruppo e la capacità di stare insieme; il “male” d’altra parte non si unisce. Quindi benché oggettivamente più forte, perde.
Cosa ci può essere dietro a questo insegnamento? Ricordare che la vita è necessariamente frutto di un incontro (anche se oggi può essere realizzato in laboratorio). Si impara a vivere attraverso i propri simili, la realtà è frutto di un’opera collettiva. Quindi come pensare che l’umano è possibile individualmente? Non esisterebbe se fosse così
Noi siamo l’altro degli altri. Non siamo perfetti, ma stiamo almeno insieme. L’amore, per esempio, è l’incontro di esseri imperfetti, perché finiti. I perfetti hanno paura, dunque auspicano una certa immortalità, per questo devono uscire del divenire e vivere una fotocopia del mondo, fermo. Negando l’altro negano sé stessi in quanto umani.

Coda
L’umano può anche essere perfetto. Relazionarsi, lavorare, avere una famiglia. Ma la perfezione non conosce niente oltre sé stessa. L’umano perfetto, bloccato nella sua immagine come Narciso, preferisce l’immutabilità del suo riflesso alla realtà. Per entrare in contatto con il proprio sé e con gli altri, non visti come oggetti, è essenziale abbandonare questa perfezione, questo specchio e saltare verso il possibile.

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8 Risposte to “How Perfect is the Human? (5 variazioni sul cortometraggio “The Perfect Human” di Jorgen Leth)”

  1. verena Says:

    A volte penso che la capacità dell’uomo di sopravvivere al caos che costituvamente lo attanaglia, arrivato ad un certo punto di efficienza, abbia la proprietà contraria di disumanizzarlo. l’ipertrofia centripeta dell’ordine genera de-lirio esattamente quanto la forza centrifuga della follia; L’ umano in quanto essere manchevole non sopravviverebbe alla sua genericità; ma allo stesso modo, nell’assoluta certezza che sopisce ogni necessità di riflessione, perde questa sua genericità, quella che gli dà l’imput per essere diverso dall’animale. Le sue reazioni ad un non se (non sense) esterno che lo assedia non sono più lotte per la definizione di un ambiente proprio( e quindi sensate), ma quelle di un’animale in gabbia che, nel possesso di un ambiente già suo, soffre la cattività.

  2. tablada Says:

    Credo che si debba riflettere e problematizzare proprio l’assunto a là Gehlen dell’uomo come essere manchevole. Domanda: e se la manchevolezza, il vuoto di desiderio, l’altro irraggiungibile e la perfezione sempre a venire non fossero altro che il MOTORE, la condizione stessa di quella figura che si chiama UOMO? Un essere che deve pensare (immaginare) la propria manchevolezza per essere. Scavando, strappando brandelli di finitudine, precarietà e ignoto, per esistere.
    Non – essere e essere: e se le due sfere fossero contemporanee? Proprio in una paradossale simultaneità, la stessa dell’umano delle scienze, osservatore e osservato al contempo. Ma chi osserva, ovvero chi fonda e legittima la visione dell’osservatore? L’umano cerca in se stesso (finito) l’essenza del suo essere. Cerca la perfezione, l’ontologicamente compiuto nella frammentazione dell’empirico.Cerca ossessivamente in ogni gesto, quasi stesse grattando con le unghie la superficie di ciò che accade. Scompone ogni azione in frammenti sempre più piccoli, alla ricerca di un senso, come in una camera oscura, come nelle fotografie dell’uomo che corre di Muybridge, come in Blow up: qualcosa da far emergere, da ritrovare. Qualcosa che DEVE esserci, in ciò che viviamo, perché se sento questo vuoto c’è stata certamente una mancanza, qualcosa che mi è stato tolto. Devo recuperare, devo riappropriarmi di ciò che se n’è andato, di ciò che è scomparso. Allora cerco una traccia, un’indizio, un’illuminazione che dia l’inizio ad un percorso di verità, verso l’origine. E trovio tanti frammenti, tante briciole di senso, di cui mi nutro, senza mai saziarmi. Perché nessun percosro è esasutivo, nessuna indagine arriva allo svelamento.Rimane semrpe qualcosa da fare, un vicolo non battuto, un angolo dimenticato. E come poter dare, del resto, un senso a ciò che pensiamo come frammentato, manchevole? Qui c’è una macchia cieca, scrive Luhmann. Uno scacco. Ma se fosse COSTITUTIVO? Se non potessimo pensarci se non DENTRO questa impossibilità?

  3. laag1 Says:

    gia è questo…ma per funzionare questo ha la necessità della riflessione….e la stanchezza, la desuetudine a riflettere? io vedo questo in questi corti: vedo pensiero di cemento armato, vedo identità, vedo insofferenza per l’originale (inteso come eventi che destano nuovi percorsi di senso).

  4. pedro Says:

    per Verena:

    Forse questa condizione instabile tra due poli si presenta bene nel famoso funambolo.
    il filo potrebbe essere visto meno come un percorso tracciato che come le domande che continuiamo a farci, per questo il pericolo di cadere e la volontà di volere (andare oltre l’apparente)
    Un’altra metafora per navigare.

    per Gabriele:

    Magari si. Preferisco pensare l’umano come qualcosa di impossibile, non cristallizzato.
    La morte è statica e anche la nostra univa vera certezza.
    Noi siamo più un processo, no?
    Sangue che circola, aria che entra e esce, piccole scariche elettriche, muscoli che lavorano…
    E anche domande, ricerca, desiderio.
    Tutti i giorni rinasciamo dal sonno, diciamo si alla vita. Altrimenti resteremmo sul letto.
    Per fortuna noi arriviamo mai allo svelamento totale.
    Lì per i credenti forse c’è la compiutezza dell’esistenza.
    Ma per me, una certezza cosa schiacciante ci farebbe rimanere bloccati a una esistenza singolare. Non unica, ma univoca…

  5. giuliaponti Says:

    Già, è vero… ma l’ambizione dell’uomo qual’è completarsi o continuare a navigare? Sapete no, l’eterna metafora del viaggio, del condurre la vita in funzione di un alterità sempre di là da venire, chiamala amore, chiamalo religione, chiamalo conoscenza sempre la stessa rimane. Un’alterità che mi è estranea e sconosciuta e per questo affascinante e terrorizzante. Che fascino e paura abbiano una natura comune non è osservazione nuova. Ma forse troppo spesso ci si illude con la storia che il meglio, il proprio sè è sempre al di là. Questo non deve essere per forza in opposizione alla perfezione paranoica (che se fosse perfetta non sarebbe paronica), quante volte mai si è indagato sulla compiutezza data dal riconoscimento dell’arrivare. Perchè mai si deve sempre vedere l’aldilà, l’oltre me stesso come qualcosa di meglio del già dato? Pensate al viaggio, questa volta materiale, perchè mai si va in posti esotici o alla moda, perchè un viaggio è sempre lontano quando a stento si conosce i boschi e le valli di casa propria? Perchè questa costante paura di aprire gli occhi su quello che è vicino e comprensibile. Si ha forse più paura di vedere la realtà, piuttosto che l’inconoscibile? Forse perchè la realtà piuttosto che scoprirla la si riconosce e se ne è responsabili, nella strada ignota si può dire e fare quel che si vuole… Chissà se è stato sempre così, se è proprio vero che è una caratteristica umana e non nostra…
    Riflessioni a vuoto, come mio solito…

  6. Rayco Says:

    Car j’est un autre, diceva Rimbaud… è difficile accettare le tue propposte: prima, perchè dopo Freud (il sinistro) e tutta la letteratura sullo strannamento (tipo Pirandello, Brecht o Beckett) non ci resta che pensare se l’uomo si pensa se stesso come un altro, e non che l’altro sia l’umanità… questa premessa serve molto per la nausea sartriana (l’umanità sarebbe lì un inferno per noi stessi…).
    Se ricordi il concetto di Freud dello sinistro, la prima cosa che lui mette in dubbio è l’origine etimologico della parola in tedesco (Unheimlich, cioè quello che è fuori le frontiere della casa, di quello che è quotidiano). Invece lui propone il tale concetto come quello che essendo nell’ambito del quotidiano può diventare angosciante… L’inversione andrebbe analizzata, credo, ma con esempi particolari…
    Credo comunque che la miglior forma di analizzare un testo come quello da te propposto è un’analisi narratologico ed estetico, che può rendere conto con precisione dei significati che ci sono nel cortometraggio. La discussione si centrarebbe nelle metafore che hai fatto: ad esempio, se mi dici che il cortometraggio è un circo o zoo, prima di accettare la tua propposta, mi devi spiegare come si definisce un circo o zoo e dove si osserva nel film… io invece vedo nouvelle vague per i piani che si presentano (goddard fa una cosa simile in “Bande à part”) o vedo Bergman (l’estetica è quella di “Persona”), e da lì posso vedere una doppia sperimentazione: una al livello estetico (zoom, primi piani delle parti del corpo, voce in off del narratore) ma anche al livello narratologico (non c’è ad esempio nessun oggetto di desiderio, proposta basica dalle prime teorie narratologiche, come quella di Lukàcs, secondo il carattere di un personaggio si definisce per le sue azioni… questo cortometraggio constituisce, come altretanti, una ipostasia della figura di Madame Bovary: un personaggio che non fa nulla, ma mentre in bovary possiamo intuire il suo carattere, nonostante Lukàcs, qui il personaggio non è neanche accenatto, non interessa…)
    Dal punto di vista semiotica, caro Pedro, al di là del metodo, solo ti posso fare una critica costruttiva: “hors du texte, pas de salut !” (al di là del testo non c’è salvazione!)… Credo che l’analisi dei frammenti ci permetono di capire il mondo, ma dobbiamo andare piano piano, sapendo e capendo bene cosa vogliono dire i termini utilizzati… così i significati anche possono essere condivisi ed accettati, che alla fine è il nostro scopo principale: essere capiti…
    per finire, sul discorso dell’alterità, credo che è così ampio che un solo comento senza analisi sarebbe gratuito… dell’alterità ritengo di non potersi parlare che da un esempio analizzato: l’alterità è pluriforme, come ti ho fatto capire… un mio consiglio: non precipitarsi mai sull’analisi senza spiegare previamente i termini utilizzati per facilitare la lettura… a stasera! Rayco

  7. pedro Says:

    Rayco,

    non volevo decostruire o svelare i significati del cortometraggio.
    La mia intenzione non era scientifica (analitica).
    Ma sì arbitraria, come una composizione musicale.
    Per questo la metafora delle variazioni.
    Il testo non è e non vuole essere un paper.
    Piuttosto volevo condividere la mia impressione personale.

    La tua critica esprime il modo in cui, da semiologo, guardi un’opera artistica. Qualcosa di molto lontano da me.
    Non sono un esperto in estetica o narratologia.
    Il mio è un testo libero, come un racconto di viaggio.
    Che se mi permette è tanto valido quando potrebbe essere il tuo, ma solo che con un obiettivo diverso.

    Mi pongo dalla prospettiva del pubblico, non dal critico.
    E non penso che ci sia bisogno di sapere cosa sia la tecnica dello sfumato per provare sensazione valide davanti alla Mona Lisa…

  8. a. Says:

    Ciao Pedro! Visto che mi sono ricordato di andare a vedere il blog? Sono Alessandro, corso di Grassi…
    Per me le cinque variazioni di Von Trier e Leth è stato veramente importante, tra l’altro ne avevo uploadato una scena anch’io nel mio blog! (http://kantprendefuoco.blogspot.com) Ci si vede tra pochissimo.

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