Archive for the ‘Media’ Category

How Perfect is the Human? (5 variazioni sul cortometraggio “The Perfect Human” di Jorgen Leth)

5 dicembre , 2008



Tema
Un uomo e una donna in un ambiente bianco osservati da un narratore. La camera si focalizza sui loro corpi evidenziando alcune parte specifiche. Successivamente svolgono alcune azioni: vestirsi, svestirsi, saltare, ballare, mangiare ecc. Solo lui parla: una prima volta quando si interroga sul senso di un strano sogno; la seconda quando pensa ad alta voce mentre mangia, lamentando la partenza di qualcuno e i capricci della fortuna.

Var. I (Umano addomesticato)
Una coppia di umani in una specie di zoo/circo, in cui vengono osservati da altri umani. Sembra bizzarro? No, vediamo questa scena ovunque. Prima negli zoo in cui i “primitivi” portati dalle colonie erano esibiti, oggi in tutti i reality in TV. Inoltre le scienze (umane) non hanno l’umano come soggetto e al tempo stesso oggetto di studio? Ci piace guardare/essere guardati.
Con lo sguardo pensiamo di poter addomesticarci? Perché applaudiamo alla tigre che salta secondo i comandi del domatore? Forse ci piace vederla controllata, civilizzata, trasformata in qualcosa di docile. E i nostri bambini? Gli facciamo seguire norme, diventare altri da sé. Creiamo un modello ideale di essere umano se non perfetto, almeno accettabile, che deve essere seguito.
Ma dopo che abbiamo chiuso l’umano in un sé, l’abbiamo obbligato ad obbedire, ad essere guardato, lui non riesce neanche a riconoscersi. L’indifferenza dell’umano verso le fiamme del suo sogno sono come gli occhi della tigre che è stata strappata dalla natura: cenere della vita.

Var. II (Umano appassionato)
Un uomo solo trova una donna, si innamora e lei lo lascia senza spiegazioni. Lui cerca di ricordare la sua pelle, il suo corpo. Vuole dare un senso alle emozioni e al suo destino analizzando i loro stessi gesti. La voce del narratore esprime le domande dell’uomo in terza persona. Poi ci racconta il suo sogno che sembra un’isola di gioia dionisiaca in un quotidiano ascetico: le fiamme nella sua mano sono la passione, che cerca di capire, invece di sentire.
Anche lei è da sola. Sentiamo la distanza che la separa dal suo amante. Si trucca, sistema i capelli, si mette e si toglie e vestiti, ma non comunica. È lontana e tace. Forse ha paura di farsi male, per questo preferisce essere neutra, fuggire, invece di parlare. (more…)

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Rimini

25 settembre , 2008

Ora Teresa è all’Harry’s Bar
guarda verso il mare
per lei figlia di droghieri
penso sia normale.
Porta una lametta al collo
è vecchia di cent’anni
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni.
“E un errore ho commesso- dice-
un errore di saggezza
abortire il figlio del bagnino
e poi guardarlo con dolcezza
ma voi che siete a Rimini
tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse
sulla figlia del droghiere.

[Fabrizio de AndréRimini (1978)]

I carabinieri della zona hanno pochi dubbi: si tratta di slavi o albanesi. Parlavano italiano ma erano chiaramente stranieri. I coniugi Signoroni sono anche riusciti a fornire l’identikit dei due rapinatori. Un uomo era alto un metro e 75, aveva capelli lunghi, neri e ricci ed occhi scuri. Magari fanno parte di quel popolo di sbandati accampatisi nei cascinali che si arrangiano con i lavori precari e mandano i figli a chiedere l’elemosina [Alessandro Dal Lago, Non – persone L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 1999]

Esiste un problema sociale grave, quello degli ‘immigrati’, una piaga, una minaccia, narrano preoccupati ed inquieti articoli dei maggiori quotidiani nazionali. Ragazzi minorenni costretti di notte a prostituirsi. Lavoro nero ed illegalità striscianti.

Ogni zingaro o nomade, ogni bambino all’angolo dei semafori, ogni accampamento o installazione precaria di vita diviene immediatamente bivacco, invasione del centro, sporcizia. Bivaccano seduti per terra, suonando piccoli flauti, e chiedendo- con poca fortuna- l’elemosina ai passanti. Li accomuna l’abbigliamento trasandato e la sporcizia.

E’ normale, no?
Non ti conosco, quindi mi fai paura.
Ma paura di che cosa? Qual’ è la ‘minaccia’?

(Riferito ad un gruppo di albanesi): Mi hanno detto che stanno sempre seduti allo stesso bar tutto il giorno. Stanno lì, non lavorano, non fanno niente. Ce ne sono un paio che lavorano, che innaffiavano i giardini, ma gli altri stanno al bar, bevono, bisticciano…..Comunque, quei reati che abbiamo avuto con gli albanesi sono reati già più gravi. Ecco, gli albanesi sono più violenti, più pericolosi……usano subito le armi………un po’ legati alla loro cultura, all’uso di bevande alcoliche.

Lo scandalo è quello di ‘occupare’ con la semplice presenza fisica luoghi destinati al passaggio, al transito, di intrattenersi al bar nelle ore lavorative, di suonare nelle strade.
Gli albanesi non sono attivi né produttivi, come del resto gran parte dei migranti.
Ci confondono e ci sorprendono nel loro vivere spazi per noi inconsueti, trascurati, ignorati o ‘sacri’: un angolo di strada, un parcheggio a pagamento, il bar della stazione ferroviaria o gli scalini di una chiesa.
E la ‘deviazione’ dal nostro quotidiano, la percezione della presenza estranea e desituante si accompagna immancabilmente al pensiero della violenza potenziale, si associa alle immagini di illegalità: bevande alcoliche+bisticci+nullafacenza = pericolosità e violenza, armi, criminalità. Sembra proprio un’operazione matematica. Un’ equazione che scatta nella mente del cittadino ‘medio’ ogni qualvolta si relaziona o semplicemente interseca uno spazio-tempo ‘spiazzato’ rispetto al quotidiano. Perché vissuto (‘occupato’) da presenze vive.
Spazi – tempi destinati alla transitorietà, all’oblio, all’indifferenza.
Spazi marginali, trascurabili , ma immediatamente inquietanti, se animati.
Come una spiaggia di notte. (more…)